A quattro anni dal successo di critica per “Il sud è niente”, Fabio Mollo torna in sala dal 9 marzo con Il padre d’Italia. È un road-movie a due personaggi. Paolo ragazzo solitario che lavora in un grande negozio di arredamento a Torino. Una sera in un locale s’imbatte in Mia, ragazza incinta che gli sviene addosso. Il soccorso diventa passaggio in un furgone del lavoro rimediato sottobanco da una collega, ma attrazione e complicità irrompono tra i due, così la loro ambigua relazione si andrà a sviluppare lungo le autostrade fino alla Calabria, passando per Roma e Napoli.

“Ho raccontato Il padre d’Italia dal punto di vista del genitore”. Ha spiegato il regista riguardo ai due personaggi che vivono nella precarietà. Lui è gay e molto insicuro mentre lei disinibita e indomabile. Due personaggi che si trovano in maniera istintiva. Agli antipodi ma complementari. Li interpretano trovando un feeling attoriale felicissimo Luca Marinelli, e Isabella Ragonese. Anche la musica ha una parte preponderante per il regista perché tira fuori l’anima del film nei momenti giusti. “Il richiamo a Loredana Berté forse l’ho sentito subito da calabrese perché andiamo a Bagnara e lei è di là. Paolo è appassionato della Bertè ed è come se Mia, con la sua trasgressione, fosse un po’ come la cantante agli occhi di lui”. Il pezzo è Mare d’inverno, perfetto per questo mood di contraddizioni tra desideri e realtà. Anche Mia è una cantante, di quelle da pochi spicci e che litigano con il gruppo di turno. Colpisce un po’ la sua scena mentre canta un pezzo degli Smiths accostata a un altro momento dove dalla colonna sonora sbuca Un’emozione da poco. Regia acida e note, con Marinelli nei paraggi, non possono non far pensare a una vaga specularità con lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot: stessa esibizione in penombra, look aggressivo, magari si poteva evitare di citare quel pezzo della Oxa, forse ancora troppo legato, nell’immaginario del pubblico, a un film uscito solo un anno fa.

Resta un lavoro tessuto intorno a dialoghi asciutti resi vivaci e modernissimi da due attori di razza, dove si trovano anche riferimenti a un cinema più classico. “Mi sono ispirato a Una giornata particolare di Ettore Scola, film che mi ha fatto anche entrare al Centro Sperimentale, l’altro è Il ladro di bambini di Gianni Amelio”. Ha ammesso il regista. “Sono due film per me molto importanti che riecheggiano nel Padre d’Italia in una chiave e con un taglio più europeo e contemporaneo”. Con la strategia della coppia di protagonisti si pizzicano tematiche chiave come adozione, omosessualità, paternità, avvitandole intorno allo stralunato Paolo che da ragazzo solo al mondo getta alle ortiche un lavoro stabile rubando, di fatto, un furgone per una sconosciuta. Il film mostra toni gentili ed è girato con un gusto estetico che sarà sempre più utile al nostro cinema. In certi momenti affonda lo spettatore anche nella matriarcalità calabra esercitata con saggezze proverbiali e frecciatine tra le chiacchiere in cucina, ma questa piccola ingenuità, riguardo Paolo, dello sganciarsi da tutto così su due piedi si palesa come anello fragile perché non completamente giustificato nella storia. Insomma, nonostante macchina da presa, dialoghi e attori ottimamente coordinati, il film resta sospeso tra piccola favola a due anime e lieve mancanza di un film che guarda dritto al reale.