Il giovane favoloso, l’ultimo film di Mario Martone, è in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, rappresentando così l’Italia nella competizione cinematografica.

Ma dopo la visione della pellicola ci sembrerebbe più appropriata una proiezione in un’aula scolastica, preferibilmente di una classe delle Medie (ma solo per la presenza di alcune scene di nudo).

Saremmo sicuro che a proporre quest’occasione speciale sarebbe quell’insegnante di italiano innamorata del Risorgimento come epoca romantica nella quale riversare le proprie fantasie frustrate, quella stessa docente che nelle sue lezioni dedicate alle opere dei letterati, inizia e conclude il discorso inevitabilmente con una descrizione molto particolareggiata dalla biografia del povero disgraziato in questione.

Caduto nelle grinfie di Martone, infatti, il povero Giacomo Leopardi, portato sullo schermo da un Elio Germano tanto volenteroso quanto irrigidito dal caricaturismo, ci appare come un povero sessuomane afflitto dal conflitto paterno, dall’incomprensione dei contemporanei, oltre che dall’immancabile gobba.

In un piccolo paese di provincia si soffoca e un padre padrone più attento al rispetto delle autorità, delle convenzioni e della buona morale che alla felicità dei figli può rendere un inferno la vita del proprio primogenito, determinandone complessi, inadeguatezze e malinconie cliniche. Parrebbe la trama dell’ennesima commedia intimista italiana e invece, incredibile a dirsi, altro non sono che le premesse principali su cui poggia Il giovane favoloso.

Martone è evidentemente convinto che ogni aspetto dell’opera di Leopardi possa (e DEBBA) essere spiegato attraverso il dato biografico. Ecco allora le innumerevoli inquadrature di Giacomo intento a fissare l’orizzonte, pensoso e poetico (perché è un poeta, nevvero?); eccolo allora a rimirare la vicina Silvia; eccolo contemplare l’infausto rigonfiamento sulla schiena; eccolo invidiare i giovani più dotati di forze sensuali; eccolo assumere su di sé tutto il peso dell’artista incompreso, vox clamantis in deserto. Ma forse è il regista stesso a non comprenderlo, dato che in una scena è Leopardi stesso a sbottare contro un gruppo di commentatori che lo rimproverano per il suo pessimismo e nel contempo lo giustificano a causa dell’infelice condizione fisica. Giacomo chiede di essere giudicato per le sue idee e le sua opera, che sono indipendenti dalla sua vita e frutto di un duro lavoro: un appello che suona vuoto in un film del genere.

Illustrativa: non si potrebbe definire in altro modo la messa in scena di Martone, che si dota di una fotografia molto spesso naturale (gli interni illuminati dalle candele o da fonti di luce del tempo) corredato dall’onnipresente musica di Sascha Ring che agisce come sottolineatura emotiva, un po’ come il brano di un gruppo indie rock nell’ipotetica commedia sopracitata.

E quando non è illustrativo il film diventa semplicemente scolastico (le molte volte in cui il protagonista recita con intensità una sua composizione) o patetico (i montaggi dei rari – per carità, che siano rari! – momenti di felicità) fino all’imbarazzo di un incontro onirico tra la Natura matrigna e il solitario poeta realizzato con effetti speciali di fortuna. Per quanto riguarda il cast, invece, dispiace lo spreco di Riondino e della Ragonese, costretti in ruoli tanto superflui quanto privi di sviluppi.

In tutto ciò quello che ha reso noto Leopardi – e di cui forse ci si dovrebbe occupare – non vi è traccia. Del pensiero del filosofo, complesso, multiforme, ambiguo e in anticipo sui tempi non si dà occorrenza, né in alcun modo si tenta di restituirlo attraverso le immagini. Scompare anche il lavorio del letterato, che di certo non è solo frutto dell’ispirazione del momento, come vorrebbe far credere Martone; rimane solo la vita affettiva del poeta, i suoi sentimenti, le paturnie, le difficoltà, le gioie fugaci.

Quello del regista è una sorta di processo democratico di riduzione ai minimi termini: in fondo Leopardi non è che un uomo come tutti gli altri, e come tutti gli altri ama, soffre e muore. Allora perché non raccontarne la vita come quello di una persona qualsiasi? Se ogni esistenza vale quanto ogni altra perché affannarsi a cogliere lo specifico, l’intraducibile, l’incommensurabile di un poeta quando ci si può rifare a ciò che accomuna, e si attendono, tutti gli spettatori e quindi tutti gli uomini?

Il film di Martone potrebbe essere intitolato molto fedelmente “Storia di Giacomo Leopardi, ragazzo di Recanati con il vezzo della poesia, goloso di dolci e gelati, che amò, si ribellò e quindi morì.” Un film per tutti, di tutti, e che parli di tutti.