Quando si parte da una storia importante, la strada del successo per un film può essere più facile da percorrere. Ma i risultati non sono scontati, anzi, riuscire a tenere testa ai presupposti può essere complicato. Con Il caso Spotlight il cast al completo è riuscito a destreggiarsi in una storia difficile, con un tocco umano mai banale, evitando pietismi e compromessi e rimanendo fedele alla missione di coloro che hanno rappresentato: raccontare la verità.

L’inchiesta condotta dal team Spotlight del Boston Globe nel 2002 – sugli abusi sessuali commessi su minori da più di settanta sacerdoti della città – rivive sulla pellicola in ogni dettaglio, grazie al lavoro dei protagonisti e alla regia di Tom McCarthy che, insieme a Josh Singer, ha intervistato giornalisti, vittime e altre parti coinvolte nella vicenda, partendo dalla lettura del libro Tradimento, scritto proprio dallo staff del Boston Globe. Il film diventa così una sorta di inno ad un tipo di giornalismo che rischia di scomparire.

Durante la conferenza stampa romana Michael Keaton e Walter Robinson, il giornalista da lui interpretato, hanno messo l’accento proprio su questo. «Il giornalismo d’inchiesta è un malato terminale» ha sentenziato il giornalista «Internet gli sta rubando le risorse, nonostante i lettori chiedano il giornalismo d’inchiesta. Senza di esso, e se non chiediamo alle istituzioni di assumersi le loro responsabilità, la democrazia muore».

Keaton, che veste i panni di un giornalista per la terza volta e si trova molto a suo agio in una redazione, ha sottolineato l’eroicità dei giornalisti di Spotlight dichiarando: «Quello che hanno fatto loro è molto più importante di quello che ho fatto io, nonostante ritenga molto importante il ruolo dell’arte». Per questo il film si presenta asciutto, essenziale, e raccontare la storia con fedeltà è il suo primo scopo, come sottolineato dal regista: «Io e i miei collaboratori siamo rimasti concentrati sul lavoro dei giornalisti. È un film che non ha bisogno di abbellimenti: dev’essere diretto, deve raccontare una storia e deve farlo nel modo giusto».

Ma non per questo il film non emoziona, anche grazie alla presenza di Rachel McAdams, che nel ruolo di Sacha Pfeiffer incontra ed intervista le vittime con una sensibilità commuovente, e di personaggi secondari di forte impatto, come Phil Saviano, la vittima di abusi interpretata da Neal Huff, che spiega come si sentano quelle vittime. O ancora come l’avvocato Garabedian, con il volto di Stanley Tucci, diventato sospettoso al limite della paranoia dopo anni di battaglie contro un’istituzione potente come la Chiesa. Eppure durante la conferenza Keaton ci ha tenuto a sottolineare che nell’occhio del mirino non è la Chiesa in quanto tale, quanto piuttosto l’abuso di potere. E cita il comportamento delle forze dell’ordine dell’ONU in Africa, «che dovrebbero garantire la pace mentre invece abusano degli indifesi». Sia Keaton che Robinson si sono dichiarati molto ottimisti nei confronti della Chiesa grazie al lavoro svolto da Papa Francesco, «che sta spingendo un grande masso per portarlo in cima alla collina».

E se lascia l’amaro in bocca sapere che l’arcivescovo Law, colpevole di aver insabbiato le denunce delle vittime di Boston, non abbia pagato per la sua condotta ma sia stato rimosso solo per sopraggiunto limite d’età – tra l’altro dopo una sorta di promozione nella Curia romana – altrettanto fa rabbrividire l’interminabile lista di abusi denunciati in tutto il mondo nel finale del film.

Il lavoro di questi giornalisti appare eroico: indagare sulla Chiesa, soprattutto per un giornale che ha il 53% di lettori cattolici, diventa una sfida e “Il Globe fa causa alla Chiesa” diventa una frase pericolosa, che rimbalzata di bocca in bocca avrebbe potuto paralizzare ma per fortuna non l’ha fatto. Continuare a far conoscere il loro lavoro diventa la missione del film, come sottolineato da Mark Ruffalo – il primo ad aver aderito al progetto interpretando Mike Rezendes – che ha detto: «Ci sono film che fai per gli altri, e film che fai per te stesso. È terribile che ci siano così tante persone ferite in modo così brutale e spietato da un’istituzione che non avrebbe dovuto permetterlo».

Il film, nelle sale italiane dal 18 febbraio, a riprova della sua importanza ha ricevuto ben sei candidature agli Oscar (Miglior film, Miglior regia – Tom McCarthy, Miglior sceneggiatura originale, Miglior attore non protagonista – Mark Ruffalo, Migliore attrice non protagonista – Rachel McAdams, Miglior montaggio).