Ha una grande famiglia alle spalle Andrea De Sica, cognome ereditato dal papà Manuel e dal nonno Vittorio che attrae aspettative e pregiudizi ingombranti. Facciamone subito pulizia. Il ragazzo si è fatto strada percorrendo sentieri registici anche molto diversi fra loro e da quelli dei suoi parenti, anche dello zio Christian. Direzione del cartoon/action figure Mia and me, più cinema del reale con Andrea Segre e Daniele Vicari, passando per i set formativi di Bertolucci e Ozpetek precedono la sua opera prima, I figli della notte. Andrea ci porta in un austero collegio per rampolli di alta borghesia isolato tra le Alpi. Nessuno è lì per caso. Borderline, protetti da mafie o portatori silenti di qualche disagio familiare, i ragazzi sono destinati a diventare comunque la “futura classe dirigente”. Quindi le maniere forti del collegio sono quel che ci vuole. E un team di grigi educatori li osserva per correggerne i comportamenti.

Il protagonista con l’insicurezza adolescenziale e il fardello di un rapporto conflittuale con la madre business-woman è interpretato da Vincenzo Crea. Il giovane vivrà le notti collegiali tra aggressioni di alcuni ragazzi mascherati e la scoperta di un’inquietante ala abbandonata dell’edificio. Con un compagno carismatico e borderline inizierà la frequentazione di un night oltre il bosco innevato, e soprattutto quella con un’entreneuse.

Si rappresenta la classe che non lotta. L’impostazione registica di De Sica risulta quasi marziale nel cercare una coerenza formale quanto l’ambientazione della storia. La sua giovane borghesia si confronta misurando il mondo con valori materiali. Il concetto di “interdipendenza strategica” in economia non si distanzia molto dall’affittare donnine nei night. Si filma decolorando la scena in tinte fredde, o acide, sempre ben definite ma tenui come l’umanità di questi ragazzotti che si muovono con zero sorrisi e disagio continuo. Disagio ce n’era, e come, anche in Umberto D. Chissà cosa avrebbe pensato in proposito Vittorio De Sica.

Il punto è che qualche forellino di sceneggiatura c’è, pur truccato da ellisse temporale. E dai forellini s’imbarca acqua, anche se qui il paesaggio è nevoso. Ai titoli di coda si resta ancora con qualche interrogativo intorno a uno strano suicidio, presenze inquietanti nell’ala abbandonata, e riguardo al passato dell’algido educatore. Fino a un direttore sceriffo che bypassa completamente le forze dell’ordine di fronte a più d’un caso di morte. Dare uno sguardo in più ai gangli del personale collegiale avrebbe regalato più thrilling e completezza narrativa. Invece la sceneggiatura sembra sia stata tessuta per risolvere giusto il personaggio principale lasciando in un sospeso da figurante altri character interessanti.

Le citazioni non mancano e per forma del racconto convogliano ruminazioni cinematografiche che grondano passione. Se gli ingredienti del film componessero un menù si potrebbero decantare così: corridoi alla Shining, studenti ribelli alla Attimo fuggente, gli innevati totali del collegio alla Grand Budapest Hotel, un pizzico di bullismo alla Haneke, il tutto in un brodino tiepido in stile Elephant, e un finale sorprendente aromatizzato alla American Psycho.

L’esordio è stato acerbo, ma coraggiosamente spietato. A neve asciutta l’autore potrebbe sbocciare nel prossimo lavoro. Per ora sembra più una fuga dai cinema dei De Sica, una resa dei conti generazionale che contrasta il passato della sua famiglia, raccontando ciò che si conosce. Che poi era la prima grande lezione di un certo cinema. Infine l’utilizzo della musica è molto buono e disegna i giusti contrasti emotivi. Dalla minimal utilizzata per il night fino a quel controverso Vivere di Pavarotti I figli della notte, con il suo disagio materialistico, sembra dirci brutalmente: mors tua, vita mea… ma se i soldi sono miei, mors tua se me li tocchi.