Gabriele Muccino sembra avere il dente avvelenato nei confronti del sistema cinematografico Hollywoodiano: in occasione del lancio del suo terzo film made in Usa, Playing for Keeps (in Italia dal 10 gennaio con il titolo Quello che so sull’amore), il regista italiano si sfoga con “La Repubblica” dichiarando di aver preso coscienza di come funzionano determinati sistemi nella patria del cinema: “Qui ho capito che cos’è davvero Hollywood, un’industria spietata dove la gente racconta balle dalla mattina alla sera. Contano solo i grafici, i test, il marketing, il profitto“.

Dichiarazioni forti, che lasciano percepire un certo rancore nei confronti dell’industria americana: “Hollywood il talento lo riconosce e lo insegue, vero, ma come il leone insegue la gazzella, per sbranarla”, prosegue Muccino e aggiunge: “La fatica e’ fuori dal set, nell’arena dello show business. Non c’è rispetto per l’intelligenza del pubblico. Se devo fare un bilancio dopo sette anni e tre film, devo dire che ho imparato una marea di cose, come regista e come uomo. Ma forse ero più sereno quando avevo di meno“.

Non sono gratuite le critiche avanzate da Muccino che deve rispondere ad un piccolo flop: Playing for Keeps, infatti, nonostante il cast stellare (Cathrine Zeta-Jones, Gerard Butler, Uma Thurman a Jessica Biel) al box office americano ha totalizzato solo 6 milioni di dollari, non un disastro totale, ma una cifra lontana anni luce dal mezzo miliardo raccolto (in tutto il mondo) con le due opere precedenti. La bocciatura più pesante, però, è arrivata dalla critica, che lo ha stroncato in modo feroce. Per il “Los Angeles Times” non c’è alcuna ragione di vedere la pellicola, a meno che “non vogliate fare sesso con Gerard Butler“.

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