The Hateful Eight, l’ultima pellicola (termine utilizzato non a caso) di Quentin Tarantino arriva in Italia. Un nuovo film dichiaratamente, esageratamente e smaccatamente Western, con evidenti rimandi, dichiarati anche dallo stesso regista, a Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie ed a La Cosa di John Carpenter. Ed altrettanto evidenti e profondi sono i rimandi agli spaghetti western italiani, soprattutto di Sergio Corbucci e Sergio Leone (proprio la Leone Film Group è la casa produttrice del film).

Il legarsi di Tarantino al western all’italiana  non riguarda solo l’ambientazione o i personaggi, tutti rigorosamente cattivi, ma si concretizza anche nella colonna sonora di Ennio Morricone, che firma le musiche originali, dopo tanti anni che non scriveva per un film Western.

Il film,  dapprima immaginato da Tarantino come una piece è stato modificato dopo le pubblicazioni non autorizzate della sceneggiatura, ma ha comunque un forte impianto teatrale. Tutta la seconda parte di Hateful Eight si svolge infatti interamente all’interno di una locanda, mentre i protagonisti aspettano che finisca la tormenta di neve e Tarantino ne approfitta per divertirsi dietro la macchina da presa e far sviluppare, ad uno ad uno, le loro caratteristiche. Una lunga (talvolta anche appositamente allungata) serie di scene in cui si alternano tutti gli otto odiosi della pellicola che, a poco a poco, si smascherano e chiariscono le loro vere intenzioni ed identità. In quella stanza non c’è nessuno che ha buoni propositi, non c’è nessuno che non stia mentendo su sé stesso. Un crescendo di tensione e di violenza, talvolta splatter, sempre condito da dialoghi dettagliati e paradossali allo stesso tempo.

In The Hateful Eight, infatti, i dialoghi sono, come sempre nella filmografia di Tarantino, tantissimi e non risparmiano nessuno. Si percepisce nelle parole dei protagonisti il senso sociale che il regista vuole dare al film. Allora c’è posto per i neri (che per sopravvivere in America devono inventarsi storie), per i nordisti ed i sudisti (per cui la guerra ha diversi significati ma non importa a nessuno), per gli stranieri (che siano messicani o inglesi fa poca differenza) e per le donne (che nel film possono essere persino più violente e cattive degli uomini). Tarantino continua, dopo Bastardi Senza Gloria e Django Unchained, a dire quello che pensa dell’America, raccontando a modo suo le fasi storiche che hanno portato alla situazione attuale.

A livello tecnico va ricordato come tutto The Hateful Eight sia completamente girato in 70 mm, con la Ultra Panavision 70, la telecamera utilizzata per colossal monumentali come Ben Hur o La più Grande Storia Mai Raccontata e si vede, insieme al sapiente lavoro del direttore della fotografia Robert Richardson, che si esalta nelle scene piene della neve del Wyoming ed incanta gli spettatori all’interno della locanda di Minnie, palcoscenico sul quale di dipana la trama e si sviluppano i personaggi del film.

The Hateful Eight è un film corale, in cui tutti gli attori danno il loro meglio, in cui si vede, sin dalle prime inquadrature, il divertimento del regista nel girare le scene con la Ultra Panavision 70, a volte sì, anche calcando un po’ troppo la mano (di proposito). Un film di Tarantino ricchissimo di rimandi ed omaggi al Western all’Italiana e che utilizza il genere per denunciare i difetti (taciuti da molti) dell’America di oggi.