George Clooney e Sandra Bullock sperduti nei meandri dell’universo. La trama di Gravity inizia e finisce con questa frase, non aspettatevi troppi colpi di scena, analisi dei personaggi o varie ed eventuali. Una cosa è certa, vi alzerete dalla poltrona della sala con un po’ di mal di mare e se vi posso dire la mia, evitate assolutamente di sedervi nelle prime file perché potrebbe essere letale, soprattutto se andate al cinema dopo cena!

Scherzi a parte, l’ultima fatica del messicano Alfonso Cuaron dopo il successo che aveva ottenuto all’ultima Mostra del Cinema di Venezia aveva vivamente solleticato il mio interesse, ma ahimè, le mie aspettative sono state leggermente frustrate dalla banalità dell’intreccio: Bullock è la brillante dottoressa Ryan Stone, alla sua prima missione a bordo dello shuttle, Clooney è Matt Kovalsky, un astronauta esperto al suo ultimo volo prima della pensione. Quella che a loro sembrava una normale passeggiata nello spazio si trasforma in una catastrofe, lo shuttle viene distrutto, Stone e Kowalsky rimangono completamente soli—collegati solo fra loro e fluttuanti nell’oscurità. 

Una metafora, forse, di un Adamo ed Eva del 2013, soli in un universo pieno di insidie, dove non valgono le leggi della gravità e proprio per questo si è alla scoperta di pericoli sconosciuti, si muove il proprio corpo come se fosse la prima volta. Il colpo di scena (non eclatante) c’è, ma è una cartuccia sparata troppo presto, troppi i momenti in cui la sceneggiatura viene avvolta da un velo di inutile patetico e decisamente forzati determinate scene dove impera una spettacolarità quasi ridicola.

Clooney riesce a recitare allo stesso anche dentro una tuta spaziale e Sandra Bullock merita il plauso per la sua ottima fisicità, ma nient’altro da aggiungere, nel bene o nel male, per gli attori.

Voto: 5