Gone girl – L’amore bugiardo è l’ultima fatica del regista David Fincher, autore di cult movie come Fight club e Seven e candidato due volte all’Oscar per Il curioso caso di Benjamin Button e The Social Network: etichettarlo come un thriller commerciale sarebbe riduttivo perché a partire dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn -che ritroviamo nel ruolo di sceneggiatrice- Fincher costruisce un film indefinibile (e che farà discutere) muovendosi con maestria fra i generi e concedendosi svolte pulp, scene splatter e punte di umorismo nero.


Al centro di Gone girl – L’amore bugiardo l’autopsia di un rapporto di coppia apparentemente perfetto, quello fra Nick Dunne (Ben Affleck) e sua moglie Amy (Rosamund Pike, incredibilmente brava) che sparisce nel nulla il giorno del loro quinto anniversario di matrimonio; unica traccia della donna è una serie di buste in cui ha lasciato gli indizi per la caccia al tesoro che lei e il marito organizzano ogni anno per festeggiare la ricorrenza. Ma in casa la polizia rinviene i segni di una colluttazione e tracce di sangue: ogni passo avanti nelle indagini porta alla colpevolezza di Nick che a mano a mano che il film procede si rivela essere un marito non propriamente ideale. Eppure qualcosa non quadra, anche lo spettatore meno smaliziato lo intuisce. Ma cosa? Una serie di colpi di scena lo rivelerà.

Fincher ci conduce per mano, attraverso una regia pulita e iperfunzionale, attraverso i meandri di una storia alla Hitchcock ambientata in una tranquilla cittadina del Missouri: Gone girl – L’amore bugiardo, nei cinema italiani dal 18 dicembre, è un film audace che propone una sorta di Guerra dei Roses in cui lo spettatore è chiamato a decidere per chi parteggiare, se per Nick -il marito dal sorriso accattivante e un po’ ebete- o per Amy, o meglio “fantastica Amy”, l’ex-bambina su cui i genitori hanno costruito un impero rendendola protagonista di una serie di libri che mitizzavano la sua infanzia e che ora vuole la sua rivincita. Noi di Leonardo.it non abbiamo dubbi, ma il film è stato tacciato da alcuni -e secondo noi a torto- di misoginia.

In questi 150′, il regista di Denver continua anche la riflessione sul mondo dei media iniziata con The social network: con la sparizione di Amy, la sua vita personale e familiare entra nel tritacarne mediatico dei giornali e della TV spazzatura in cui si consumano processi sommari e i protagonisti delle storie di cronaca nera diventano oggetto di una attenzione morbosa da parte della gente. Niente che non succeda anche nei salotti televisivi nostrani, in effetti. Quello che Fincher ci mostra è la manipolazione di una realtà in cui si muovono personaggi macchiettistici (e a questo proposito citiamo la presenza nel cast della modella Emily Ratajkowski) da parte dei mass media, ma anche e viceversa la consapevolezza da parte di chiunque che questi strumenti possono essere usati per costruire la immagine pubblica. Magari a colpi di selfie.

Da vedere.