Girls, seconda stagione: il finale in una recensione. Leggi qui!

A me Girls piace, ma è un amore odio, più che una passione profonda. Lo seguo sin dall’inizio, travolta dal teaser anti- Sex and the City e affascinata dalla storia di questa Lena Dunham, mia coetanea ma di successo, una scrittrice che è arrivata ai piani alti nel giro di un paio d’anni, con un contratto per una serie non solo diretta ma anche scritta e recitata da lei e tutto sulla HBO, una delle reti di riferimento per prodotti “alti”, che di solito diventano cult.

E infatti Girls è diventato un cult: ha vinto premi, ha diviso la critica e il pubblico. C’è chi grida al genio, chi alla pagliacciata. C’è chi intende questa serie (che va in onda anche su Mtv con la seconda stagione quasi in contemporanea USA) come un quadro di riferimento dei giovani, martoriati da precariato, illusioni disattese, sogni infranti, amori sbagliati. In molti invece scovano nei racconti della Dunham – Hannah, nella finzione – la sua vera storia, e dunque un esercizio di stile egocentrico che vuole solo raccontare un punto di vista, ovvero quello dell’autrice.

Girls è come uno di quei libri di cui tutti parlano, quelli in cui ti dicono che troverai il significato della vita, un messaggio speciale, un insegnamento celato tra le righe e poi lo leggi e non c’è nulla, o almeno non c’è quello che ti aspettavi, e quel significato tra le righe non lo hai mica trovato, e ti senti veramente cretino.

Ho guardato Girls, puntata dopo puntata, cercando un punto in comune con il mio mondo, ma non l’ho trovato. Non per questo non ho apprezzato le storie, la buona recitazione, l’ottima soundtrack di ogni puntata, gli spunti di riflessione e anche le cadute di stile (c’è infatti – e io sono tra questi, almeno per un terzo degli episodi –  chi non ha molto apprezzato questa seconda stagione).

Eppure ho apprezzato lo sforzo di raccontare una persona – Dunham/Hannah, ovviamente,  perché a volte le sue amiche non sono che un pallido riflesso della sua personalità preponderante – ho apprezzato la volontà di raccontare una generazione, sebbene quella generazione non si riconosca minimamente nel percorso che Girls ha tracciato.

L’ultimo episodio della seconda stagione di Girls - così come era stato per l’ultimo della prima, che finiva con Hannah persa su una spiaggia a mangiare una torta, da sola – è molto bello. Strano, di rottura, ma bello. Tutti i protagonisti, perché ricordiamo che Girls è una serie corale e insieme ad Hannah ci sono Shoshanna, Ray, Marnie, Adam e Jessa, arrivano a un punto di svolta, dopo l’immobilità di dieci puntate: Hannah ammette di aver paura, Adam si fa due domande sulla sua vita, Marnie si riprende il ruolo di fidanzata-trofeo in cui è felice, Shoshanna la sua giovinezza.

E’ una puntata in cui si ride molto, perché ricordiamo che prima di essere un drama, Girls è anche una sorta di comedy amara, dall’umorismo fine e tagliente.

Il mio animo romantico ha esultato negli ultimi due minuti dell’episodio, sul finale: così simile a un film da blockbuster, forse anche trash nel suo essere così istintivo, ma non per questo meno bello.

E poi finalmente, in questo episodio, ho trovato una frase di Hannah decisamente vicina al mio mondo e che sono sicura molti di voi riconosceranno come parte della loro vita. Finalmente, almeno un pochino, ho trovato un punto in comune con la mia vita.

Hai presente quando da piccola fai cadere un bicchiere e tuo padre dice ‘Vai via da qui’ e tu sei al sicuro mentre lui rimane a pulire tutto? Beh, adesso  a nessuno importa se raccolgo i cocci da sola. A nessuno importa davvero se mi taglio con il vetro. Se rompo qualcosa, nessuno dice ‘ Ci penso io’

Non è forse una cosa che abbiamo vissuto tutti, diventare grandi?

Se non lo avete ancora fatto, recuperate Girls.