Il cantante Roby Facchinetti, in coppia con il figlio Francesco, è uno dei coach dell’attesissima terza stagione di “The Voice“. A “Repubblica Milano” Facchinetti padre parla, appunto, del dilagante fenomeno dei talent show. Un format del genere è diventato indispensabile per far carriera, ma che può anche uccidere un talento particolarmente sensibile ed emotivo:

“A The Voice e negli altri talent l’emozione ti può ammazzare, la telecamera, tutti che ti guardano, il problema è che devi rendere bene anche e soprattutto in tv. L’altro giorno una ragazza molto brava in un provino arriva a metà pezzo, si dimentica le parole, inizia a farfugliare, poi scoppia a piangere, ma tanto. Una cosa straziante. [...] E’ la legge di quanto accade adesso. Senza i talent non vai da nessuna parte. Ma per colpa dei talent chissà quanti talenti veri non emergono. Un Lucio Dalla oggi verrebbe fuori via talent? Secondo me no, tornerebbe a casa a fare altro. E’ così e tocca farsene una ragione”.

Roby così affronta il problema dei casting, di come vengono vissuti con angoscia dagli artisti pieni di eccessive aspettative:

“La classifica di oggi condiziona quelli che vengono ai casting, se non arrivi ai primi posti sei un fallito, vedo psicodrammi assoluti, non esiste. Io, un concorrente che non è stato accettato ma di cui ho intravisto qualcosa, lo prendo poi da parte e gli dico: guarda che non è mica un dramma, hai talento, suoni bene, puoi diventare un musicista di livello nelle orchestre, è comunque il lavoro più bello del mondo. Glielo urlo quasi”.

Facchinetti senior dice la sua anche sulla vittoria di Suor Cristina all’edizione del talent dell’anno scorso:

“Artisticamente discutibile, televisivamente un fenomeno. E qui facciamo soprattutto televisione, mai dimenticarlo. E se anche lo dimentichi arrivano in parecchi a ricordartelo. Il gioco con mio figlio Francesco è quello, ed è giusto così. Noi dentro The Voice riproduciamo esattamente come siamo nella vita vera, i litigi e la solidarietà di fondo. Questo la gente lo sente”.