Un incontro speciale quello con Gigi Proietti, pochi giorni dopo il grande successo del suo Edmund Kean, monologo in otto repliche sul più celebre attore shakespeariano del passato. In quel dolce periodo come il riposo del guerriero, quindi all’ombra degli alberi di Villa Borghese che circondano il Globe Theatre di Roma, l’attore, regista e direttore artistico del teatro si è concesso in una lunga intervista tra il serio e il faceto. A volte incantato dalle inaspettate alchimie tra il suo lavoro e il pubblico, altre ironico con baldanzose trovate e irresistibili scivolate in romanesco, altre ancora attento nel ripercorrere il passato e l’opera di William Shakespeare, oppure interessato al confuso sistema teatrale del presente, si è lasciato andare raccontando aneddoti, riflessioni, ricordi da palcoscenico e novità sul suo lavoro al cinema.

Il suo Edmund Kean è stato un grande successo, quest’anno più dello scorso.

“Ogni volta che si fa sembra che abbia più successo della volta precedente, io non lo so, è una cosa pazzesca. Quest’anno urlavano! Era una cosa impressionante. Però ho scoperto che la linea interpretativa più interessante è quella di marcare di più la fragilità del personaggio. Li è tutto scena, tutto enfasi, quindi destinato alla debacle. Trassero questa biografia dal laboratorio britannico di Stratford on Heaven, dove c’era Ben Kingsley. Quindi iniziò più come un esercizio d’attore. Poi lui vinse l’Oscar per Ghandi e lo portò a Londra, facendo un successo enorme. Mi colpì molto ma era lontanissimo da come lo faccio io. Però non ho potuto farlo altrimenti, perché Kingsley è un attore raffinatissimo. Era tutto in punta di forchetta. Era, diciamo, più ironico. Però appena ho preso il testo in mano mi è venuto così. Nel primo avevo pure trent’anni di meno ed esasperavo i movimenti, esageravo nella tecnica”.

Era più gestuale, esplosivo. Invece ora è più introspettivo

“Beh si. Adesso nella prima parte un po’, nella seconda faccio di tutto perché ci sia un invecchiamento rapido, all’improvviso. C’è poco da fare, lui s’invecchia mantenendo la stessa età. La cosa bella è che comincia a mescolare parole sue con quelle di Shakespeare. Alla fine faccio un’operazione che mi piace. Ridiventa Riccardo III, e proprio come tale dice: Mary mi ha tradito”.

Il monologo del Kean, almeno sul palcoscenico, è in totale solitaria, come dicono gli avventurieri. Una vecchia e una nuova emozione legate a questo spettacolo?

“Ho la sensazione, e qualcuno e l’ha detto, che facendolo più in questa maniera si vivono meglio i personaggi che lui evoca. Mi è stato detto ‘sono tornato a casa convinto di aver visto 20 personaggi: l’amante, la moglie, il figlio che muore, Lord Essex, i suoi nemici vivono’. Quindi più che un monologo è uno spettacolo per un attore che si racconta. Io sono per un neonaturalismo perché le abbiamo tentate tutte: recitazioni, scarnificazioni, assenza di sentimentalismo, frantumazione degli spazi. In questi ultimi 40 anni ci sono stati alcuni interessanti, ma pochi. Come poteva essere Carmelo, ma lui già faceva un altro discorso. Altri hanno scoperto che è facile fare le riletture, perché incontrano subito uno che dice: ‘Ah, molto interessante’. Io credo che sia arrivato il momento, non solo in Italia, ma già ci sono dei segnali, di ritornare a un’impostazione non solo scenografica, ma della recitazione, delle regie, dove, se c’è un racconto lo si salvi’.

Proprio sotto la sua direzione, il Globe è diventato un’isola felice del teatro italiano. Ma potremmo dire più internazionale che italiano?

Io spero che sia italiano, come può essere internazionale Shakespeare. Ci è capitato di fare qualche approfondimento non attraverso qualche convegno, ma con la messa in scena di grandi spettacoli. Tra le altre cose, tolto il mio, dov’ero solo, e non è neanche un testo del Bardo, sono minimo diciotto attori, quando non più di venti. Si fa teatro tradizionale, e io vorrei recuperare questo termine, tradizionale, che spesso viene usato con un’accezione degradante. Ma la tradizione del teatro è quella là! Dopo, tu puoi fare tutte le operazioni che vuoi: è tutto lecito, per carità. Ma allora, lì, devi fare degli studi. E qui casca l’asino! Cioè sperimentazione e ricerca, come dice sempre Peter Brook, non debuttano… Questi invece vonno fa’ la ricerca e anche il debutto la sera, con le signore che battono le mani, coi fiori in camerino… No, la ricerca è studio. E va sostenuta più di quanto non sia fatto adesso. Non solo non ho niente contro, ma va sostenuta con un budget che venga dal Ministero della Cultura, da fondi per la ricerca. Con spazi giusti e selezioni molto severe perché è una cosa molto più seria di quanto non venga considerata. Allora, eccolo là, in questa confusione di teatri pubblici, fanno delle stagioni in cui ce sta un testo classico napoletano e un’avanguardia sfegatata, purtroppo senza progetti o linee editoriali. E questo per paura di essere considerati superati. È terribile. Invece non bisogna avere paura di essere contemporanei, se no vuol dire che uno se crede che è già morto! Uno dice: ‘Si, tanto so’ morto’! No, seriamente, se oggi leggo un testo del 1930 è inevitabile che lo legga non come uno del ’30. Difatti se guardiamo le foto di Shakespeare degli anni ’20 e ‘30 è meraviglioso: questi grandi baffi, la riga in mezzo, le calzamaglie… E anche l’aulicità. È chiaro che è diverso”.

Il teatro italiano invece come sta, oggi?

“Sta ancora cercando faticosamente. Un tempo c’era il teatro di tradizione che si faceva nelle sale pubbliche, e poi qualcuno che faceva un teatro di ricerca che era contro l’establishment. Oggi invece l’establishment è proprio quello. Senza far nomi, accade che qualcuno che fa una ricerca venga nominato direttore. Ma non si può fare uno spettacolo ogni tanto, che giri. Se studi devi studiare nel tuo spazio, è quello che penso. Allora può essere utile anche per chi fa teatro tradizionale. È un po’ come la ricerca scientifica, che non arriva a fare la medicina, ma offre l’input: cerca e trova delle cose che poi possono diventare popolari”.

Dei personaggi che ha interpretato ce n’è uno che le è rimasto nel cuore?

Feci una volta un Don Chishotte per la televisione, con Carlo Quartucci, e lì fu un grande studio. Il mio Cyrano invece era una grande festa teatrale, una guasconata. Difatti lo criticarono perché era parso troppo convenzionale, tradizionale… Un altro che mi è rimasto impresso moltissimo e ha significato per me un grosso salto, era Il dio Kurt di Alberto Moravia. Ero giovanissimo, lo feci nel ’68 ma avevo cominciato quattro anni prima. Ebbi la fortuna d’incontrare questo testo pazzesco, facendolo a Roma e al Teatro Piccolo di Milano. Fu un vero successo, sempre un po’ d’ambiente però. Dal punto di vista affettivo non posso non ricordare un musical, Alleluia brava gente, che mi dette il successo anche popolare. Venivo da un testo di Gombrowicz, un’operetta, e non avevo mai visto una commedia musicale. Doveva farlo Modugno, che poi diede forfait. Mi dissero: ‘Provi lei’. ‘Io magari provo per curiosità, ma non debutto’. Pensai. Poi lo feci e il successo fu grande. Mi chiesi, ma a teatro vengono a vedere queste cose qui? Va bene, cominciamo a lavorare in modo che si dia importanza alla qualità, ma anche al botteghino. Da lì scaturì A me gli occhi please. Capii che c’era uno spazio enorme per un pubblico inespresso ma che voleva esprimersi”.

A proposito di cantare, lei come attore ha prestato la voce anche al doppiaggio. Memorabili il suo Genio della Lampada di Aladino Disney, Rocky e non solo…

“Si, il mio doppiaggio che mi ha più soddisfatto è stato Lenny di Bob Fosse. Pochi sanno che doppiavo Dustin Hoffman. Avevo visto Lenny in versione teatrale a New York, per questo accettai di doppiare il film. Il doppiaggio è un lavoro molto pulito e interessante. Oggi magari si va più di corsa perché c’è l’elettronica: finisci una cosa e subito parti con un’altra. Un tempo invece si doveva caricare l’anello”.

Parlando invece di grande schermo, di quale giovane regista o nuova leva del cinema italiano le piacerebbe calcare il set?

“Adesso sono felicissimo perché ho appena finito un film con un regista col quale volevo lavorare da tempo e mi ha fatto una grandissima sorpresa poiché è straordinariamente bravo: Alessandro Gassman. S’intitola Il Premio, finito a giugno, e spero che sia un buon film soprattutto per lui. Lo conosco da quando era bambino perché ero amico di Vittorio. A parte, come attore è molto bravo, ma come regista è di una scurezza incredibile. Sa perfettamente cosa vuole, è stato bellissimo con lui. Mi piace anche Virzì. Per la verità vado poco al cinema e gli ultimi film li ho fatti con i Vanzina, divertendomi tanto.

Tornando a Shakespeare, come vede quello apocrifo, circondato di teorie sul fatto che non sia mai esistito in quanto gruppo d’autori e tante altre versioni dei fatti?

“La questio shakespeariana è mostruosa. Addirittura qualcuno adesso accredita che Shakepeare fosse italiano, messinese. Tant’è vero che Shakespeare, o meglio Scuotilancia, a Messina è un cognome. Ed è una cosa molto interessante, ma gli inglesi sono perplessi e anche un po’ gelosi. D’altro canto, che Molto rumore per nulla sia ambientato a Messina nel 1600 da un autore inglese lascia un po’ pensare. Perché le altre sue scene sono a Mantova, Verona, Venezia, Milano addirittura”.

Rispetto alla scorsa stagione quali chicche e curiosità quest’anno al suo Globe Theatre?

“Quest’anno abbiamo avuto una curiosità: abbiamo aperto la stagione con Molto rumore per nulla, ma con la versione rielaborata da Andrea Camilleri in siciliano antico. Era Troppu trafficu ppi nenti, mentre chiuderemo la stagione con Much ado about nothing, sempre Molto rumore per nulla, ovviamente di Shakespeare, ma da una compagnia inglese”.