Lavoro e missione di Hollywood è quello di raccontare storia e mai come in questo periodo la grande fabbrica dei sogni americani sembrano esserne a corto, con il risultato della messa in cantiere di una sempre maggiore quantità di remake, come quello di Ghostbusters.

Una pratica non certo esclusiva della contemporaneità, giacché la cinematografia americana – come quelle di altri Paesi, del resto – è tornata spesso sui suoi passi per dare una nuova interpretazione di una storia o semplicemente raccontarla da capo con una veste più attuale spinta dalla qualità della stessa.

Inutile quindi indignarsi per il ritorno su grande schermo del format degli Acchiappafantasmi ideato da Dan Aykroyd e Harold Ramis – quattro componenti di un team, zaini protonici e tute riconoscibili, lo scenario riconoscibile di New York, un difficile rapporto con le autorità, iniziale diffidenza del pubblico e quindi trionfo, ironia – giacché era destino che prima o poi un’idea così vincente sarebbe riemerse.

Inutile, e in questo caso anche latamente sessista, lamentarsi per la sostituzione di un cast al maschile con un gruppo di donne, in quanto il sesso delle Ghostbusters poco va a incidere sulla struttura narrativa del film, che nelle sale italiane farà il suo debutto il 28 luglio.

Specializzato in commedie e serie tv ficcanti e variamente sboccate, il regista Paul Feig (Le amiche della sposa, Un corpo da reato, Spy) come è giusto che sia imprime la propria impronta al materiale di partenza, arrivando a rendere il nuovo Ghostbusters una commedia su un gruppo di donne che creano una famiglia e ritrovano la fiducia in se stesse attraverso l’approvazione della società e che – incidentalmente, perché lo vuole la storia – si ritrovano a catturare fantasmi.

Quando si parla del lato fantascientifico – horror lasciato in disparte in qualche modo si esagera, dato che le protagoniste sono comunque scienziate che intendono provare l’esistenza del paranormale, trattandosi quindi della motivazione alla base delle loro azioni, e di fatto c’è tutto c’è tutto un finale a dimostrare quanto i fantasmi siano presenti nella pellicola (seppure in modo del tutto innocuo, complici le stringenti restrizioni dei divieti ai minori).

Gli elementi per un nuovo classico come fu il primo film ci sarebbero tutti, ma è nel mescolare gli ingredienti che Feig e i suoi collaboratori non prendono le giuste misure. La scelta di incentrare la più parte della pellicola sulle protagoniste invece che sulla minaccia dei fantasmi (e sulla sua concretezza) porta infatti il regista a spingere sul pedale della commedia, trasformando le sequenze in botta e risposta anche divertenti – a volte – ma del tutto slegati tra loro e senza conseguenze immediate, neanche dal punto di vista dell’immedesimazione o empatia con i personaggi.

Paradossalmente non ci si potrebbe neanche lamentare sotto questo punto di vista: il cast è in parte, sopratutto per quanto riguarda l’imbranata Kristen Wiig e la scienziata di Kate McKinnon (mentre Melissa McCarthy stranamente ha ottenuto il ruolo meno sapido del collante del gruppo, e Leslie Jones è penalizzata da un doppiaggio bestiale), e a Chris Hemsworth nei panni del segretario privo di cervello vengono regalate le battute migliori, che il Thor della Marvel sfrutta con una perizia che nessuno gli avrebbe attribuito; Andy Garcia nei panni del sindaco vanitoso giganteggia, mentre la sfilata di cameo degli attori originali, per quanto piacevole, genera imbarazzo per le sottolineature insistite e l’evidente carattere di fan service fine a se stesso.

Ma in fondo ciò che limita questo Ghostbusters a mero intrattenimento evanescente è l’incapacità a prendersi sul serio, ovvero la mancata volontà di Paul Feig di costruire una mitologia interna che renda le scene spettacolari memorabili. La prova è il cambio di passo che si riscontra nel finale: dal ritmo indiavolato incentrato sulla raffica di battute si passa sull’assedio dei fantasmi nel centro di New York. A questo punto però, non avendo provato a gettare ancore né sui personaggi e le loro motivazioni, né sulla pericolosità della situazione fa sgonfiare l’unica vera scena di massa caratterizzata da qualche trovata iconografica, con il risultato che poco importa della riuscita della missione delle Ghostbusters.

In un certo senso l’obiettivo di modernizzare il franchise si può dire riuscito, se con modernità si intende un consumo veloce e senza strascichi. Difficilmente infatti fra 30 anni qualcuno reclamerà un remake di questi Ghostbusters, anche se il sequel in programma potrebbe stupirci, invertendo quanto accaduto con l’originale.