Regista, attori, sceneggiatori e produzione, tutti insieme per presentare a Roma Reality. Matteo Garrone inaugura il dopo-Gomorra, e lo fa con un film che si configura come un tributo al teatro di De Filippo e alla commedia italiana anni sessanta:

“In questo film c’è molto di Matrimonio all’italiana, ma anche del cinema di Monicelli. Avevo bisogno di affrancarmi da Gomorra e necessità di leggerezza, qualcosa che mi potesse, in un modo o nell’altro, anche divertire, questa più che altro è una favola, e il piano sequenza iniziale è l’apertura fiabesca che da tempo volevo girare, proprio in quella location, catena di montaggio del matrimonio perfetto. Certo una favola amara, e impastata con la grana del nostro, più che reale, contemporaneo. Un racconto sull’ossessione per la popolarità, che non necessariamente vede più inclini soltanto persone dai limitati strumenti culturali. Il film affronta un problema esistenziale, io stesso potrei inciampare nell’assoluta fascinazione che suscita la fama”.

Garrone parla di Reality, di smarrimento, di quello che si deve fare per evitare il grottesco quando si racconta l’immagine di un ambiente inflazionato come quello televisivo. Identità e tv sono due concetti spesso paralleli, non si incontrano mai. Ecco perché, al fine di evitare i clichet, Garrone ha scritto il film insieme ad altri tre illustri personaggi: Gaudioso, Chiti e Braucci. Non mancano i riferimenti ai predecessori illustri e alla filosofia, come spiega Garrone:

“In fase di scrittura abbiamo pensato a La Ricotta di Pasolini, in cui uno dei personaggi muore sulla croce mentre girano un film, e questo è l’unico modo perché gli altri si ricordino che esisteva. Ma Reality è anche un continuo e quasi vertiginoso gioco tra reale e fittizio, (vero e ricostruito) nella sua natura stessa, fatta di piazze e vicoli realizzati con scenografie che si alternano ad ambienti reali, in cui la riproduzione del mondo del Grande Fratello si confonde con quella del “vero” format televisivo”.