Il 2 novembre l’Italia ha ricordato con una certa commozione il quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini, tributando il giusto omaggio a uno dei suoi intellettuali e artisti più importanti del Novecento. Sul web però ha fatto molto clamore una voce fuori dal coro degli entusiasti, quella di Gabriele Muccino, che in un suo post su Facebook (poi rimosso), ha mosso critiche feroci alla filmografia pasoliniana.

Il regista romano non è nuovo alle opinioni impopolari né alle successive esplosioni di rabbia conseguenza dei commenti negativi ricevuti, e anche questa volta è stato riproposto lo stesso siparietto mediatico.

Muccino nel suo post ha immediatamente posto le mani avanti: “Per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore ho sempre pensato che come regista fosse fuori posto”. Subito dopo l’autore di Padri e figlie ha esplicitato il suo pensiero: “Era semplicemente un ‘non regista’, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto cinematico e cinematografico in tutto il mondo“.

Il riferimento di Gabriele Muccino è agli anni 60-70 del cinema italiano, ricordato come un periodo di grande fecondità per la settima arte nostrana: “La dissoluzione dell’eleganza che il cinema italiano aveva costruito, accumulato, elaborato a partire da Rossellini e Vittorio De Sica per arrivare a Fellini, Visconti, Sergio Leone, Petri, Bertolucci e tanti, davvero tanti altri Maestri, rese il cinema un prodotto avvicinabile da coloro che il cinema non sapevano di fatto farlo. Non basta essere scrittori per trasformarsi in registi. Così come vale anche il contrario.

Questione di gusti, si potrebbe argomentare per tentare di non crocifiggere il cineasta, se non fosse per alcune affermazioni poco difendibili, come per esempio quella secondo la quale Pasolini avrebbe rappresentato il capofila di un cinema antipopolare, quando è sotto gli occhi come buona parte dei film dell’intellettuale siano ancora oggi ricordati da un pubblico composto anche da non cinefili.

Muccino ne fa una questione estetica e narrativa, contrapponendo un’età dell’oro a un periodo di decadenza irricevibile: “Il cinema Pasoliniano aprì le porte a quello che era di fatto l’anti cinema in senso estetico e di racconto. Il cinema italiano morì da lì a pochissimi anni con una lunga serie di registi improvvisati che scambiarono il cinema per qualcos’altro, si misero in conflitto (come fece Nanni Moretti) con i Maestri che il cinema lo avevano nutrito per decenni e di fatto distrussero con tutti quelli che seguirono quella scia di arroganza intellettuale rifiutando anzi demolendo la necessità da parte del Cinema di essere un’arte POPOLARE e lo privarono, di fatto, di un’eredità importante che ci portò dall’essere la seconda industria cinematografica più grande al mondo ad una delle più invisibili”.

Inevitabili le polemiche sul web e sul social networt, tanto che a quanto pare il regista al momento ha oscurato la propria pagina personale, stufo degli insulti che gli sono stati rivolti nelle ultime ore.