Una delle regole più spietate del capitalismo è certamente quella per cui, anche una società che vanta da anni un monopolio su scala internazionale, con l’avvento di una nuova tecnologia, se non riesce a diversificare con strategie, generalmente dolorose per il proprio organico, è destinata a sparire.

Proprio quello che sta accadendo alla Kodak (a meno che non riesca ad emergere tra un anno dalla bancarotta), ma non può dirsi altrettanto della Fuji, che è riuscita invece a resistere ai mutamenti del mercato dovuti alla rivoluzione digitale, diversificando il proprio business.

La rivista di informazione finanziaria inglese, l’Economist, ha dedicato il suo ultimo numero a questa disparità: per i due colossi mondiali della fotografia, reagendo con strategie diverse all’avvento delle nuove tecnologie, ci sono stati due epiloghi opposti.

Secondo la testata britannica, infatti, la compagnia giapponese, nella persona del suo amministratore delegato Shigetaka Komori, ha operato licenziamenti di massa recuperando liquidità e investendo, durante l’ultimo decennio, in quaranta società.

Oltretutto l’Economist non trascura neppure l’elemento della fortuna: alla Fuji l’operazione di usare le proprie riserve di agenti chimici nel settore della cosmesi è andata a buon fine, al contrario della società americana, la quale ha tentato di operare in maniera analoga scegliendo quello farmaceutico, e fallendo.