Vent’anni fa, il 4 dicembre 1993, un tumore alla prostata diagnosticatogli con troppo ritardo si portava via il genio burlesco di Frank Zappa, musicista, compositore incredibilmente prolifico, umorista satirico, opinion leader, icona culturale americana e non solo. Uno che diceva che “scrivere di musica è come ballare di architettura”; che nell’ultima intervista prima della morte se ne uscì con una frase del tipo: “gli articoli dei critici musicali sono scritti da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere”. Insomma, un tizio che anche dopo un ventennio ti scoraggia ugualmente a scrivere di lui. O a parlare di lui. Specialmente se non sai fare né una cosa né l’altra.

Non bastasse il demotivational personale, a dissuadere il povero editor da un qualunque tentativo di commemorazione critica ci si mette la sua produzione sterminata – una sessantina di album da studio, senza contare la trentina abbondante pubblicata dopo la sua morte dalla sua famiglia – e la natura stessa della sua musica, eclettica e complessa fino al parossismo e all’autocompiacimento, miscela senza precedenti di rock, jazz, musica classica e world music.

Per non dire dell’uomo che stava dietro il musicista.

Aspetto buffo, quasi sgradevole, ma dalla fisicità potentissima, irripetibile, quasi fosse stato progettato per diventare un’icona; scimmiottatore, ancor prima che bastonatore, della miriade di aberrazioni della società di cui lui stesso era consapevole vittima (altrimenti perché chiamare il suo terzo disco “We’re only in it for the money“, “Siamo qui solo perché ci pagate”?); polemista non categorizzabile e non convenzionale, rocker che odiava le droghe, pater familias che amava le donne e non disdegnava affatto le groupie, per la santa rassegnazione della moglie Gail. Misogino – “sono una persona semplice, desidero solo due cose nella vita: tette e birra”, cantava in Titties ‘n’ Beer - ma di una misoginia che era parte integrante della sua più generale misantropia (“in realtà, io preferisco definirmi un brontolone”).

La sua lingua era veloce come la sua mano sinistra.

A un noto anchorman televisivo, Joe Pyne, che lo stava prendendo in giro per i suoi lunghi capelli (“Dalla sua chioma, si direbbe che lei è una donna”), rispose fulmineo e velenoso come un serpente a sonagli: “E dalla sua gamba, signor Pyne, si direbbe che lei è un tavolino”, riferendosi leggiadramente alla protesi che l’incauto presentatore portava in sostituzione della sua vera gamba, rimasta ahilui sul fronte giapponese.

L”humor sta bene nella musica?, si domandava Frank in uno dei suoi ultimi dischi. La risposta è sì, almeno per ciò che riguarda la sua. Nei suoi show, ibrido tra concerto rock e vaudeville, Zappa sfotteva tutti, cristiani, donne, omosessuali, bigotti, membri della band (e veniva ricambiato: memorabili le caricature che gli dedicava il suo amico/rivale Captain Beefheart durante i concerti), perfino il pubblico (“Sono stanco di suonare per gente che applaude per il motivo sbagliato”). Oltre, naturalmente, il suo bersaglio preferito, i potenti: i politici, i sindacati, le major, le corporazioni. Malato incurabile, annunciò di volersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti in contrapposizione al Partito Repubblicano. Aveva già coniato il suo slogan: “Potrei mai fare peggio di Reagan?”. Ma Zappa non fu mai ascrivibile sbrigativamente alla sinistra: “La prima parola che esce dalla bocca di un bambino dopo “mamma” è “mio!”. Un sistema che non permette la proprietà privata, che non ti consente di dire “mio!” quando sei cresciuto, ha un fatale difetto di fabbricazione”. E ancora: “Il comunismo non funziona perché alla gente piacciono le cose”.

Profondamente politically uncorrectanticlericale, anticomunista, antifascista, antifemminista, perfino antiamericano se necessario. Un individualista al cubo, ma umano, interamente umano. Frank Vincent Zappa, nato a Baltimora nel 1940 e morto a Los Angeles 53 anni dopo. “Morto”, che brutta parola. Diciamo che ha un odore un po’ curioso.