Franca Valeri in scena fino al 5 maggio all’Eliseo di Roma, nella pièce di cui è anche autrice.

Il posto di una vita è dove sentiamo di avere vissuto, ogni giorno. Non è necessario che i suoi muri ci appartengano, conta come siamo stati là. Il mio posto è stato il teatro”.

Con queste parole, la grande Franca Valeri concludeva un’intervista di qualche tempo fa, poco dopo aver compiuto 90 anni. Queste stesse parole esprimono perfettamente il senso più profondo della pièce Non tutto è risolto da lei scritta ed interpretata ed attualmente in cartellone all’Eliseo di Roma.

Il racconto di un’esistenza lunga ed avventurosa diviene luogo d’incontro tra vita e teatro, il ricordo si fa memoria, la realtà si confonde con l’immaginazione  e con l’invenzione. Tutto è oggetto di dubbio : gli episodi narrati dalla vecchia signora con capriccio e caparbietà, l’uomo che irrompe in scena dicendo di essere suo figlio, la casa in rovina dove si svolgono i fatti, la stessa segretaria precisa e razionale, che sembra volere portare chiarezza nei ricordi, in realtà appare essere una sorta di alter ego della protagonista, il contraltare alla sua lacunosità ed alla sua incertezza.

L’ambiente e la struttura possono dirsi fortemente beckettiani, però è un Beckett senza angoscia, perché  la riflessione sull’approssimarsi della fine si fa lieve, grazie alla funzione essenziale della memoria, che rende tutto sfumato, tra ricordo cosciente e percezione immaginaria, lasciando allo spettatore il gusto di distinguere, se vuole, tra l’una cosa e l’altra.

Il testo e la sua messa in scena vogliono lasciare a noi spettatori un messaggio, che ribalta un normalmente condiviso luogo comune : è proprio questa memoria, ovvero questo modo di ripercorrere quanto si è vissuto, che rendono l’ultima parte della nostra vita accettabile, persino in qualche maniera divertente. Questo ribaltamento è simboleggiato dalla battuta conclusiva rivolta dalla protagonista ad un’enorme stufa di ceramica, quasi la quinta attrice dello spettacolo, che troneggia immobile dall’inizio al centro del palcoscenico: questa stufa potrà essere spostata, quindi è la conferma che non tutto è risolto.

Franca Valeri è perfetta, con la sua voce incerta e stentata, nel condurre questo gioco. Molto convincenti Licia Maglietta, nella parte delle segretaria, ed Urbano Barberini, nel ruolo del presunto sedicente figlio. Bene anche Gabriella Franchini, che interpreta la cameriera, incaricata di subentrare alla segretaria nella gestione quotidiana dell’anziana signora.

La scrittura è molto densa e carica di spunti, che proiettano di continuo verso riflessioni articolate e profonde. Questa ricchezza e complessità, a nostro avviso, sono causa dell’unico elemento di perplessità di un lavoro comunque ben riuscito, grazie anche alla valida regia di Giuseppe Marini: il lato emotivo, passionale, che sarebbe alla base di questo scambio tra realtà e immaginazione,  a volte si perde nei meandri di una riflessione cerebrale, che portano il ragionamento filosofico, il concetto a soffocare l’intenso della vita vissuta o pensata o recitata.