Alla sessantacinquesima edizione del Festival di Sanremo porteranno una ventata di aria fresca e irriverente insieme agli altri sette nominati per la categoria Nuove Proposte. I kuTso sono una rockband romana formata da quattro artisti – Matteo Gabbianelli (voce), Donatello Giorni (chitarra e voce), Luca Amendola (basso e voce) e Simone Bravi (batteria)- che insieme riescono ad unire lo scherzo e la provocazione ad un sound decisamente solare e “gioiosamente frenetico”.

In occasione di questa loro avventura all’interno del Festival di Sanremo porteranno un brano che rispecchia a pieno la loro musica, “Elisa”. Leonardo.it è riuscito ad intervistare Matteo Gabbianelli, voce della band.

Cosa avete provato nel momento in cui avete scoperto di far parte degli otto nella categoria delle “nuove proposte”? Qual è stato il vostro primo pensiero?

Una grande liberazione perché erano giorni che eravamo tesi, non riuscivamo a dormire per questa cosa. Alla fine quando l’abbiamo saputo finalmente, ecco, abbiamo provato rilassamento.

Questo anche dopo anni di gavetta, perché voi come band suonate già da un po’ di anni:

Noi abbiamo partecipato senza pretese, insomma. Ci è stato proposto di inviare questa canzone e abbiamo detto facciamolo giusto per non dirci ‘ah, se l’avessimo fatto!’. E poi però quando è stata scelta tra i 60 allora lì abbiamo cominciato a giocarcela e una volta fatta l’audizione anche noi siamo cascati nell’ansia dell’attesa.

Il vostro sound è avvolto da un ritmo frenetico – ovviamente in maniera positiva – e molto gioioso. Così e stato anche per la canzone che porterete in gare, Elisa: com’è nata questa canzone, da cosa avete preso spunto.

La nostra musica in realtà gioca molto sul contrasto tra, appunto, una molto gioiosa, solare e positiva e invece dei testi in realtà mortiferi, definitivi, assolutamente bui. Però in realtà poi ogni tanto abbiamo degli sprazzi di sole, come ad esempio anche “Elisa”, che è il brano che abbiamo portato a Sanremo: noi l’avevamo scritta indipendentemente dal Festival poi, non so, d’accordo con la nostra casa discografica abbiamo pensato che potesse essere un brano che poteva essere presentato al Festival. L’abbiamo fatto ed è andata bene: (la canzone) è un gioco, un gioco musicale, fa un po’ il verso a quell’eterna differenza che c’è tra l’uomo e la donna. L’uomo è sempre materialista, superficiale, anche concreto e la donna invece è cerebrale, idealista.

Invece sempre riguardo il vostro sound e la vostra musica quali sono gli artisti che risultano essere in qualche modo più influenti?

Sicuramente in Italia Giorgio Gaber, Rino Gaetano, qualcosa anche Lucio Battisti. All’estero ci rifacciamo molto ai Beatles e a Iggy Pop, diciamo, nell’attitudine. Il nostro è un miscuglio tra cantautorato e punk.

Tornando al Festival di Sanremo, invece, tra gli artisti in gara qual è quello che più non vedere l’ora di incontrare sul palco?

Noi siamo particolarmente legati ad Alex Britti perché ci conosciamo da tanti anni e poi in realtà l’etichetta con cui andiamo (al Festival) è la sua, veniamo presentati da lui. Farà ridere incontrarsi lì in maniera ufficiale, mantenere anche un po’ le formalità, ma diciamo che Alex è quello che conosciamo quindi quello che ci incuriosisce di più dal punto di vista dell’esperienza.

Nel corso della vostra carriera avete aperto i concerti di molti grandi della musica, italiana e internazionale, da Caparezza, Gogol Bordello ai Marta sui tubi: se potesse nascere una collaborazione invece sul palco dell’Ariston, tra gli artisti in gara, chi sarebbe?

In realtà è già cominciata con Alex. Non so, perché noi siamo un po’ fuori dal mondo sanremese, noi per esempio con Alex ci conosciamo perché lui è un grande chitarrista quindi, al di là della canzone italiana, Alex ha di suo questa grande dote chitarristica che è affascinante.

Avete iniziato questo percorso quindi come una sorta di “gioco” ma se doveste vincere, invece a chi lo dedichereste?

Se dovessimo vincere lo dedicheremmo a noi stessi, che ci siamo fatti un mazzo tanto per arrivare al massimo del risultato.

Moltissimi giovani d’oggi, al contrario vostro, hanno deciso di intraprendere una strada diversa, quella dei talent show. Secondo voi può essere una buona spinta per una carriera di successo e voi, chi lo sa, potreste mai parteciparvi un giorno?

Noi veniamo da un’esperienza totalmente diversa perché noi siamo nati per strada e, fino ad oggi, abbiamo continuato così semplicemente suonando in giro, facendo degli spettacoli che, in qualche modo, abbiamo avuto la fortuna fossero interessanti per la gente e si è creato intorno a noi interesse. Quella è una strada lunga, difficile e non è scontata ma in realtà neanche quella dei talent è scontata e, anzi, se poi va bene ti inserisce subito in un ambiente che in qualche modo ti fagocita. Non penso che la musica nasca principalmente nei talent, che sono essenzialmente degli spettacoli televisivi.

Formarsi da sé, quindi, è sempre meglio piuttosto che farsi guidare dagli altri?

Più che altro alla fine chi ha ragione è sempre il pubblico quindi per quanto ci possiamo dare delle regole su come funzionano le cose in realtà se vedi la storia della musica ha tutti gli esempi: qualsiasi cosa in realtà può andare bene. A questo punto è meglio fare quello che ci si sente addosso senza sentire troppo il peso e il giudizio degli altri.

Foto: ufficio stampa