La vita non è facile quando lavori nella sicurezza di un centro commerciale. Ma ti sei fatto sfuggire una ladruncola di cellulari, perciò diventa molto dura quando vieni declassato a sorvegliare un parcheggio di periferia adiacente un campo rom. È quello che succede a Simone, protagonista di Cuori puri insieme a quella ladruncola, Agnese, in realtà educata diciottenne presa da sfogo momentaneo poiché repressa da religione, solitudini parrocchiali e su tutti una madre bigotta. I due si rincontrano, si piacciono, ma la loro storia d’amore sarà ostacolata dalla difficile situazione familiare di lui e dall’imminente voto di castità prematrimoniale di lei.

Applauditissimo a Cannes nella sezione Quinzaine des Realisateurs insieme al regista Roberto De Paolis e il suo cast presenti in sala, arriva subito nelle sale italiane con l’ambizione di smuovere non soltanto lo stesso pubblico di Fiore, suo predecessore e opera prima egualmente iscritta in quel sottogenere drammatico tutto italiano che abbraccia periferie sentimentali con l’obiettivo d’infilarsi in angoli scomodi della società. “La camera ha lavorato improvvisando, cercando di ‘sentire’ più che di seguire un percorso prestabilito. I due protagonisti, su tutti, sono stati lasciati liberi di cambiare le battute, di muoversi come volevano, di portare la loro vita e le loro reazioni spontanee in scena”. Ha spiegato De Paolis. “Paradossalmente, l’incertezza di quello che sarebbe successo ha contribuito a mantenere il set sempre attento e vitale: tutti dovevano sempre reagire, contrattaccare, come nella vita. Il bisogno, per non tradire il percorso di ricerca sul campo, era di tendere verso un atto quasi documentaristico”.

Il suo obiettivo non si abbandona a evoluzioni estetiche ma punta dritto ai ragazzi con volto e disperazione di Simone Liberati e Selene Caramazza. Il primo aveva fatto bene anche nei panni del figlio spaccone di Amendola nel recente Il permesso. Qui viene fuori il suo lavoro fisico, utile retaggio da teatro d’azione. Corpo come un motore pronto a scattare agli ordini di ormoni e adrenalina, con la sua partner completa un duetto crudo e genuino. Con loro De Paolis fa un salto a pié pari in un micromondo parrocchiale per raccontarci la lotta contro tutti e contro sé stessi di un ragazzo che perdona in un quartiere bullo e di una ragazza colpevole di voler amare. Mette in campo molti temi: verginità, inclusione, sfratto, pregiudizio e famiglie al margine. Persino fede. Sulla dicotomia lavoro difficile o disonesto esce fuori l’Edoardo Pesce nei bermuda e ciabatte di un piccolo capobastone che strappa sorrisi per la parlantina e fastidio per scelte di vita. Il mentore buono invece è il prete comunicatore Stefano Fresi, che con le sue catechesi modernissime regala due piccoli monologhi memorabili. Le paure genitoriali cristallizzate in sfiducia per i figli invece sono portate in scena da una Barbora Bobulova più ansiogena che mai, ottimamente trasformata nella madre di Agnese.

Sintesi di azione e repulsione dei personaggi verso le loro paure, Cuori puri merita pubblico e meriterebbe premi. Non per partigianeria ma per sincerità e realismo del prodotto. La rabbia giovane in Italia passa per la periferia. Il confronto con i rom e la tentazione del crimine per ovviare ai problemi economici sono gli argomenti che scottano più degli altri, ma De Paolis riesce a mettere tutto in ordine raccontandoci la sua storia senza inciampi. Inoltre la sua formalità senza formalismi ma con tanta sostanza percorre Cuori puri senza abbandonarsi a giudizi, morali e pietismi vari, soprattutto nel finale. Cosa non da poco questa sobrietà per il cinema italiano.