Ad aprire la 69 edizione del Festival di Cannes è Woody Allen con il suo nuovo film Cafè Society. Il regista americano ha aperto la kermesse per ben tre volte e può vantare al suo attivo già quattordici partecipazioni in selezione ufficiale.

Café Society, ambientato nell’America degli anni ’30 narra la storia di Bobby (Jesse Eisenberg) , un giovane stanco della vita newyorkese che approda nella Los Angeles Hollywoodiana con la speranza di poter lavorare nel mondo del cinema con l’aiuto dello zio Phil ( Steve Carrell) , famoso agente cinematografico. A guidare Bobby in questo nuovo mondo ci sarà l’aspirante attrice e segretaria di Phil, Vonnie, una Kristen Stewart molto credibile nel suo essere elegantemente inadeguata alle sue aspirazioni da diva. Tra i due nascerà l’amore, impossibile da coronare poiché Vonnie si rivelerà essere già impegnata.

Il film è una commedia in perfetto stile classico “alleniano” che si lega molto più al Woody Allen di Midnight in Paris (film d’apertura del Festival di Cannes 2014) che a quello scomodo e “impegnato” di Blue Jasmine. Jesse Eisenberg diventa nuovamente un alter-ego del regista, che anche in questo caso non rinuncia ad inserire, nei dialoghi, degli elementi tipici del suo cinema, come il modo eccellente e pungente con cui prende in giro la religione ebraica.

Presenti in conferenza stampa per rappresentare il film: Woody Allen, il direttore della fotografia Vittorio Storaro, Corey Stoll, Jesse Eisenberg, Kirsten Stewart e Blake Lively.

E’ La prima volta che ha deciso di girare in digitale e per farlo ha scelto di avere accanto Vittorio Storaro. Come mai questa scelta?

Woody Allen: “Ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni tra i migliori direttori della fotografia in circolazione, tra cui Gordon Willis e Carlo De Palma e il mio cammino non si era ancora riuscito ad incrociare con quello di Vittorio. Era finalmente libero per le riprese di Café Society ed ha accettato di curarne la fotografia. Storaro è uno dei più grandi geni della Fotografia esistenti e sono lieto di aver potuto aggiungere il suo nome alla lista degli artisti con cui ho collaborato.

L’esperienza con il digitale non ha modificato il mio modo di girare, l’unico vantaggio è stato il poter avere più opzioni in post produzione. Ad ogni modo, se lavori con un maestro della fotografia come Vittorio, ogni piccolo difetto o imperfezione può essere fonte di bellezza”.

Vittorio Storaro: “Tecnicamente  io e Woody Allen abbiamo lavorato insieme tre volte. La prima volta era un film a episodi, New York Story in cui io ho partecipato al segmento diretto da Francis Ford Coppola. La seconda era sul set di Ho solo fatto a pezzi mia moglie di Alfonso Arau e adesso finalmente, al nostro terzo incontro lavorativo, ho avuto l’opportunità di essere diretto da Woody Allen. la fotografia cinematografica è una forma d’arte che ha la capacità di enfatizzare e rendere visivamente efficace una storia. Senza un buon soggetto ed il regista però, noi direttori della fotografia. Devo ringraziare Woody per aver aggiunto una nuova esperienza e delle nuove conoscenze alla mia vita”.

Riguardo alla struttura narrativa del film, ci commenta la scelta di far da voce narrante alla storia?

Woody Allen: “Il mio intento era quello di dare al film la struttura di un libro, di un romanzo e volevo che fosse prima la storia di una famiglia, poi di un figlio che distaccandosi dal nucleo, avrebbe dato origine a nuovi intrecci e nuove storie. Volevo che la storia si svolgesse in un determinato periodo di tempo all’interno del quale il mio protagonista potesse confrontarsi con una serie di avvenimenti ed episodi. Come in un romanzo c’è la voce dell’autore che accompagna il lettore, così ho deciso che da autore del film, dovessi essere io ad occuparmi di narrare la storia”.

La sua decisione di essere il narratore della storia, ha secondo lei influenzato Jesse Eisenberg a parlare “alla Woody Allen”?

Woody Allen: “Non credo che il personaggio di Bobby mi assomigli. Io non ho mai lasciato New York per cercare fortuna a Los Angeles e non ho parenti ad Hollywood. I miei attori sono anche liberi di non usare esattamente le stesse parole che ho usato io in sceneggiatura e di adattare i dialoghi al loro lavoro sul personaggio che interpretano”.

Jesse Eisenberg: “Non sapevamo che Woody avrebbe fatto da narratore per il film per cui non ci siamo sentiti costretti a dover parlare come lui. Immagino che delle similitudini siano inevitabili quando si guarda ad un personaggio che Woody Allen potuto interpretare anni fa. Non abbiamo però enfatizzato queste similarità e non ho, almeno consciamente, recitato o imitato il suo stile”.

C’è una frase nel film che colpisce particolarmente: la vita è una commedia scritta da un commediografo sadico. Può approfondire questo pensiero?

Woody Allen: “Capita di sentire spesso qualcuno dire, in seguito ad una serie di sfortunati eventi: “Non posso fare altro che ridere perché se non ci ridessi su, finirei per suicidarmi”. Quello che veramente si vuole dire con questo è che spesso si sceglie di guardare al lato comico di una vita fatta spesso di ingiustizie, tristezza e disperazione”.

Nel film la Hollywood degli anni 30’ viene definita come noiosa e maligna. Qual è la vostra valutazione della Hollywood contemporanea?

Kristen Stewart: “Se sei un’artista, ciò che ti spinge a fare questo lavoro è una sorta di desiderio compulsivo di raccontare storie. La maggior parte degli artisti ad Hollywood vogliono intrattenere le persone e guadagnare molti soldi e non c’è nulla di male in questo. Se questo desiderio di intrattenere e guadagnare non si combina con una voglia genuina di conoscere a chi si indirizza la propria arte, allora il risultato è sicuramente sconcertante e rischioso”.

Woody Allen: “La Hollywood degli anni ’30 era dominata dagli Studios ed era un mondo veramente spietato e competitivo. Probabilmente è ancora così per quel che ne so”.

Blake Lively: “Sicuramente negli anni ’30 gli Studios avevano il predominio ora invece penso che siano i media ad essere i più invasivi. Se non riescono ad ottenere le informazioni che vogliono, spesso se le inventano”.

Per quattordici volte è stato presente al Festival di Cannes, perché non è mai in concorso?

Woody Allen: Non credo nei concorsi per quanto riguarda l’arte, la competizione funziona, a mio avviso, solo con lo sport. La bellezza di un film come di un’opera d’arte è totalmente soggettiva ed è quindi impossibile giudicare quale sia il migliore come sarebbe assurdo scegliere tra un Rembrandt e un El Greco”.

Come riesce a tenersi in forma, a continuare a girare film ogni anno e mantenersi sempre attivo sul set ?

Woody Allen: “Ho 80 anni e non ci posso credere! Mi sento così giovane e mentalmente attivo che non mi capacito. Mangio bene e faccio movimento ma immagino sia anche grazie ai miei geni. Mia madre ha vissuto quasi fino ai cento anni e mio madre li ha superati. Sono sicuro che un giorno mi sveglierò, mi verrà un ictus, finirò su una sedia a rotelle e la gente dirà: “Ti ricordi di lui? Era Woody Allen”. Nell’attesa di invecchiare, continuerò a fare film fino a quando ci sarà qualcuno abbastanza pazzo da produrli”.