Finalmente è arrivato anche il giorno di Paolo Sorrentino al Festival di Cannes 2015. Con la proiezione di Youth – La giovinezza viene a completarsi la rassegna di registi italiani in concorso alla kermesse francese (anche se a onor del vero manca ancora Louisiana di Roberto Minervini, nella sezione Un Certain Regard).

Dopo La grande bellezza, un film che aveva sì polarizzato le opinioni, ma che aveva raccolto anche molti riconoscimenti, Youth era atteso al varco dalla stampa specializzata con una certa attenzione. E in effetti alla conclusione della pellicola sono stati molti gli applausi, ma non sono mancati i fischi e i mugugni di disapprovazione.

Ancora una volta il regista napoletano, che si è servito di un cast internazionale comprendente Harvey Keitel, Michael Caine, Rachel Weisz e Paul Dano, è riuscito a suscitare delle sensazioni forti. Merito di un’idea di cinema precisa e rigorosa, che fa grande sfoggio di tecnica: la valutazione del risultato, come al solito, è molto varia.

Gabriele Niola di Badtaste, per esempio, definisce Youth come “una versione incancrenita di La Grande Bellezza”. Stesso modus operandi a livello formale, quindi, ma minore coinvolgimento, forse a causa di una sceneggiatura non all’altezza che lascia adito ad accuse di formalismo e artificiosità: “Un film disumano perché lontanissimo dalle passioni e dalle sensazioni umane, tecnicamente mostruoso e formalmente splendido, [che] risulta riempito unicamente di inspiegabile pomposità e sconfortante retorica”.

Non dello stesso parere Jay Weissberg di Variety, che invece considera l’opera “il film più tenero” del regista. “Strutturalmente Sorrentino continua a costruire i suoi film come un compositore: ci sono grandi temi, inclusi la vecchiaia, la memoria, l’amore e il desiderio di un ulteriore appagamento, e gli intermezzi secondari, che oscillano tra il piacere visuale dei contrasti e il quasi mistico senso di meraviglia per la bellezza in tutte le sue forme”.

Jessica Kiang di Indiewire ribalta il giudizio per l’ennesima volta. In Youth, stando alla critica, gli sforzi del regista sono del tutto inadatti alle fondamenta su cui poggia il film, dando così vita a un risultato sgraziato: “Forse ciò che manca alla composizione [del personaggio di Michael Caine] e al film è la semplicità, il che è ironico dato che il suo pensiero è così semplicistico. Tutto è sovraccaricato, costruito, energizzato e faticoso. Raramente le cose sono lasciate libere di respirare, o è consentito il silenzio, o si fa in modo di far sorgere un reale momento di umanità. È un film così astuto che è quasi trionfale, ma così vuoto da crollare a pezzi al minimo scossone”.

Più tiepide e meno accalorate, invece, le recensioni di Mountains May Depart, il nuovo film del cinese Jia Zhang-Ke, che a Venezia era stato premiato per la sceneggiatura di Il tocco del peccato (e che aveva vinto il Leone d’oro nel 2006 con Still Life).

Il suo melodramma in tre atti, attraversante periodi temporali diverse, che riflette sui mutamenti economici del Paese è risultato per la maggior parte della stampa eccessivamente semplice, al limite della sciatteria, con un’ultima parte, ambientata in un futuro quasi distopico, che tradisce una certa goffaggine. Probabilmente non sarà uno dei contendenti alla Palma d’oro di Cannes 2015.