Nonostante i cinque film schierati in concorso al Festival di Cannes 2015, non si può certo dire che questa sia un’annata fortunata per la Francia nella manifestazione cinematografica più importante al mondo.

Il film di Maiwenn, Mon roi, non è stato particolarmente apprezzato dalla critica, e anche le due pellicole proiettate in questi giorni probabilmente non riusciranno a competere per la vittoria della Palma d’oro, per quanto i due film abbiano ricevuto un’accoglienza non certo identica.

Prima volta in concorso non troppo fortunata, quella di Valérie Donzelli, altrimenti piuttosto apprezzata dalla critica. Il suo Marguerite & Julien, tratto da una sceneggiatura di Jean Gruault (Jules et Jim) risalente al 1971 e rifiutata proprio da François Truffaut, racconta la storia vera dei due fratelli De Ravalet.

Ambientata nel XVI° secolo, ma con notevoli concessioni all’anacronismo, è una storia d’amore incestuosa tra due membri di una famiglia aristocratica, preoccupata che quello che appare un legame molto stretto diventi una passione bruciante. Il tutto raccontato da una bambinaia a delle ragazzine, come se si trattasse di una fiaba.

Una materia piuttosto problematica, cui però non rende onore la confusione stilistica della Donzelli, che da quanto riporta la stampa, non riesce a dire nulla di importante sul contrasto tra sentimenti privati e tabù imposti dalla società.

Più fortunato invece La loi du marché, un film che potrebbe essere affiancato a Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne. Il protagonista, interpretato da Vincent Lindon, è un uomo che alla soglia dei cinquant’anni, e dopo due anni di disoccupazione, deve accettare un lavoro come sorvegliante in un centro commerciale.

Un compito umiliante, per chi ha avuto ben altri incarichi, ma anche un modo per venire a contatto con quell’umanità marginale che tenta di resistere all’attacco della legge del mercato del titolo. Lo stesso protagonista, negli innumerevoli colloqui che dovrà sostenere, dovrà faticare molto per conservare intatti i propri principi.

Rigoroso, forse gravato da qualche cliché di troppo, anche per un tema già trattato e meglio da altri cineasti, la pellicola di Stephane Brizé poggia principalmente sulle palle di Lindon, capace di rendere credibile la dignità di un uomo qualunque.

La vera sorpresa di queste ultime ore è stata però Sicario, ultimo film di Denis Villeneuve, regista canadese che dopo una gavetta di alto livello in patria è sbarcato a Hollywood portando la propria maestria tecnica anche in film rivolti al grande pubblico (è il caso di Prisoners), pur senza rinunciare a opere più personali e interessanti (il bellissimo Enemy).

Ispirato al cinema di Michael Mann, il film dipinge la lotta violentissima e feroce di una squadra speciale americana contro un cartello della droga lungo il confine messicano: Emily Blunt veste i panni di un capace agente della CIA che si interroga sulla moralità delle scelte del team, Josh Brolin è un agente dell’intelligence, mentre all’imponente Benicio Del Toro tocca il lavoro sporco.

I tre protagonisti comunicano più attraverso i gesti che con le parole, mentre Villeneuve e il direttore della fotografia Roger Deakins dipingono con precisione e freddezza uno scenario infernale che fa da sfondo a una mattanza senza fine. Un thriller dalle sfumature action, quello dell’autore canadese, capace di alternare lunghi momenti di attesa gravidi di tensione ed esplosioni cinetiche, con una grandissima gestione del ritmo.

A Cannes 2015, dopo Mad Max Fury Road, un altro rappresentante del cinema “puro”, lontano da intellettualismi, pose, provocazioni e impegno civile, sembra essere diventato uno dei favoriti della critica.