L’impegno politico ha avuto un’importanza preponderante nella decisione finale della giuria del Festival di Berlino 2015?

Si tratta della domanda che in queste ore le autorità iraniane stanno ponendo ai responsabili della kermesse tedesca, in merito alla vittoria dell’Orso d’oro di Jafar Panahi, che aveva presentato in concorso il suo ultimo film Taxi.

Una presentazione e una vittoria che potremmo definire “in contumacia”, quella del regista iraniano al Festival di Berlino 2015, dato che in sua assenza a ritirare il premio è stata la famiglia, comprensibilmente in lacrime.

Il cineasta, agli arresti domiciliari sin dal 2010, sta infatti scontando una condanna di 6 anni per aver partecipato alle manifestazioni contro il regime iraniano. Oltre alla reclusione la pena inflitta a Panahi include il divieto a produrre, dirigere e scrivere film, viaggiare all’estero e rilasciare interviste per 20 anni.

La giuria del Festival di Berlino 2015 guidata Darren Aronofsky avrebbe quindi assunto una decisione politica? È quanto sostiene Hojjatollah Ayyubi, direttore dell’ente cinema iraniano, che nei giorni precedenti aveva criticato il direttore della manifestazione, Djeter Kosslick.

Ayyubi, non senza una certa ironia, aveva tra l’altro scritto nella sua missiva che Panahi “continua a guidare lungo la corsia veloce della sua vita, godendo liberamente di tutte le sue fortune“.

Il direttore del Festival di Berlino 2015 durante la cerimonia di premiazione aveva risposto alle accuse sostendo che se la consapevolezza di ciò che succede al mondo può essere considerata politica allora la Berlinale rientra in pieno nella descrizione.

Dal canto suo Panahi, raggiunto dall’Ansa, ha ricordato che è il governo iraniano ad aver contaminato il cinema con la politica, ponendo limitazioni sempre più stringenti a chi vuole realizzare opere significative nel suo Paese.

Libero su cauzione, il regista di This is not a film, Closed Curtain e Offside ha ribadito che continuerà a girare le sue pellicole gli sarà possibile, ignorando le conseguenze che potrebbero scaturire dalla sua decisione.

Il film che ha vinto l’Orso d’oro è stato ovviamente girato senza permessi e vede lo stesso Jafar fingersi un taxista, riprendendo di nascosto le conversazioni che si svolgono con i suoi clienti. Tra questi anche Nasrin Sotoudeh, avvocato e attivista per i diritti umani cui solo da poco è stata condonata la condanna a 11 anni di prigione, pur rimanendo il divieto a praticare la professione.

Come nelle sue due opere precedenti, realizzate interamente nell’abitazione del regista, e in un certo senso anche in Offside (Orso d’argento a Berlino 2006), girato nello stadio di Teheran durante una partita di calcio della nazionale, Panahi sfrutta le limitazioni create dall’interdizione subita per mostrare allo spettatore l’oppressione di un regime che ha invaso ogni ambito della società.