Trasformista dai due Oscar, con End of Justice l’attore Denzel Washington ha inanellato la settima nomination rimasta tale. Eppure l’interpretazione piena di sfaccettature di questo avvocato goffo e carismatico, sgraziato e inelegante ma preparatissimo e ligio alla morale è tra i suoi migliori lavori, e non gli è bastata a superare il Churchill di Gary Oldman alla scorsa Notte degli Oscar.
Roman J. Israel è un avvocato penalista che conosce codici, articoli e comma a memoria, è stato testimone dietro le quinte di appassionate lotte per i diritti civili e una volta che il suo mentore e socio resta in coma passa allo studio di un avvocato carrierista, interpretato da un affettato Colin Farrell. Inizia un percorso pieno di asperità che tenterà Israel a cambiare rotta rispetto all’integrità per la quale affascina anche una donna che lavora in un centro per i diritti civili. Dopo Nightcrawler, Dan Gilroy sceglie di raccontarci ancora una Los Angeles senza sogni e infettata dal malaffare.

Se nel suo esordio dietro la macchina da presa erano le strade notturne e l’avidità per i video live più feroci a farla da padrone, qui si sposta lo sguardo sulla speculazione tra giustizia e affare, che alla prima spremitura si fa denaro. L.A. è solare intorno alla morale cangiante di Israel, e questo legal drama si srotolerebbe senza troppe notevoli finezze se non fosse per Denzel Washington. È lui a prendere sulle spalle tutto il film. Storia dai risvolti potenzialmente appassionanti ma senza picchi narrativi degni delle aspettative. Proprio per questa morbidezza si accomoda più nel legal drama che sul legal thriller.

Siamo davanti a un attore non più sottile come il suo Malcolm X, ma Washington fa un lavoro mirabile, va oltre la commercialità di un blockbuster e cesella il suo ruolo con tic e invenzioni che ricordano, in versione molto più sottopelle, la magnifica teatralità del suo protagonista in Barriere – Fences. Rimontato dopo il mancato successo al Toronto Film Festival vi è stato aggiunto più ritmo. Almeno così è stato dichiarato da chi ha visto entrambe le versioni. Noi di Leonardo.it conosciamo solo l’ultima. Resta comunque orfana di tensione drammaturgica, soprattutto rispetto alla durata di un paio d’ore. Forse un po’ troppo abbondanti. Un’altra perla da scoprire insieme a quel gigante di Washington è la colonna sonora, che dall’iPod di Israel ci fa sgorgare pezzi soul e disco inferno d’annata. Il vero ritmo è giusto quello.