Elisabeth, il film britannico, per tema storico e nazionalità, uscito nelle sale nel “98, e interpretato da Cate Blanchett e Daniel Craig, merita di essere rivisto, per la fotografia raffinata e ben amalgamata alla computer grafica – scelta operata dal regista di origini pakistane, Shekar Kapur, per alcune ricostruzioni storiche – ma soprattutto per l’ideale di emancipazione femminile, ricavato dalla figura femminile protagonista, attraverso la visione dello script di Michael Hirst e dalla mimica di una grande attrice come Cate Blanchett.

La pellicola racconta la vittoria dell’Inghilterra protestante, in difesa all’attacco bellico subito dalla flotta navale iberica, per parte del Paese di parte cattolica più potente in Europa, sul finire del XVI secolo.

Correva l’anno 1585 quando Elisabetta Tudor, nota come “la regina vergine” (da cui prese il nome la Virginia, nome attuale della regione omonima degli Stati Uniti d’America) si oppose all’aggressione del re spagnolo Filippo in nome della libertà popolo inglese.

Il revisionismo della sceneggiatura, infatti, fa leva sull’umana solitudine di un personaggio storico, la regina di Inghilterra, che non volle mai sposarsi in nome di una libertà estrema, all’epoca certamente inconsueta per una donna.

Elisabeth,  figlia dell’uxoricida per antonomasia Enrico VIII, per mano del quale restò presto orfana di sua madre Anna Bolena, fu perciò vittima dall’infanzia.

Divenne carnefice quando, seppur con animo tormentato, avvallò la decisione popolare di processare la precedente regina, la cospiratrice e sorellastra Maria Stuarda, che minacciava il trono di Elisabeth rimasta senza eredi.

Nel film la regina vergine incarna gli ideali di giustizia sociale e di emancipazione femminile, che risarciscono l’austera figura regale raccolta nella gorgera femminile.