L’educazione siberiana è uno strano tipo di educazione. E’ un’educazione criminale, ma con precise e, a volte sorprendentemente condivisibili, regole d’onore.

Nicolai Lilin sa cosa vuol dire violenza, giustizia e vendetta. Lo suggerisce il suo corpo, la sua pelle, i tatuaggi che indossa con discrezione, il suo sguardo tagliente, gli occhi tremendamente affascinanti. Gabriele Salvatores racconta la sua storia in Educazione Siberiana, il suo ultimo film tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Nicolai.

E’ la storia di due ragazzi cresciuti all’interno di una comunità di criminali siberiani con un codice di onore molto rigido, fatto di solidarietà e spregio della ricchezza, mentre sullo sfondo l’Unione Sovietica si sfalda. Mentre la comunità è sottoposta a un rischio molto grosso come la perdita di identità di fronte a una globalizzazione che arriva, si lotta, si ama, si diventa grandi.

Quest’epopea siberiana di Salvatores, interpretata fra gli altri da John Malkovich, punta a un mercato internazionale ed è già stata venduta in molti Paesi europei, ma per il regista si inscrive nel solco di due film come Io non ho paura e Come dio comanda. La domanda che mi è sorta spontanea fa riferimento proprio a questa tematica. Come mai i suoi ultimi lavori sono sempre incentrati sulla storia di giovani che si afffacciamo all’età adulta.

“E’ una domanda difficile. Me lo sono chiesto spesso anch’io. Non ho mai avuto bambini, ho solo dei nipoti, e credo che alla loro età si possa vedere il mondo senza pregiudizi. Con loro provo a riacquistare quello sguardo. Ma un giorno dovrò decidermi anch’io a diventare grande”.