Se ne va un grande della musica e del cabaret. Se ne va, all’età di 77 anni, Enzo Jannacci. Uno simpatico, uno che forse  non si è mai preso  troppo sul serio affrescando con le sue canzoni storie di vita che ti entravano dritte nella testa e nel cuore. E anche se a volte ti raccontava le tristezze più assurde dell’esistenza e della quotidianità metropolitana,  ti faceva sorridere e canticchiare. Vengo anch’io, no tu no fu uno dei primi inossidabili tormentoni della storia della musica italiana. Lo aveva scoperto Dario Fo al celebre Derby di Milano  e lo aveva portato ad esibirsi con lui in teatro. Enzo era partito dal rock, in verità, nel ’56 come tastierista del gruppo Rocky Mountains di cui fecero parte prima Tony Dallara e poi Giorgio Gaber.  Si era diplomato in composizione e direzione d’orchestra al Conservatorio, ma aveva anche preso la Laurea in medicina e volando fino  in America e in Sud Africa, si era specializzato in Cardiochirurgia sotto la guida di Christian Barnard, autore del primo trapianto di cuore. Fu un grande medico oltre che un grande musicista, credo anche una bella persona.

Una volta lo vidi esibirsi dal vivo qui nella mia città, tanti tanti anni fa. Mi conquistò, oltre che per il suo indiscutibile talento, per l’energia e per la positiva carica umana, così come mi avevano sempre colpito le  sue apparizioni al Festival di Sanremo,  momenti di alta poesia. Nel 1989 con Se me lo dicevi prima“, nel ’91 con “La fotografia e al fianco di Paolo Rossi nel 1994 con “I soliti accordi”, anche se ci fu nel 1961 una sua prima partecipazione come autore del brano Benzina e cerini, cantata da Giorgio Gaber.

Le sue canzoni mi hanno sempre accompagnato e per questo oggi, come forse a tutti quelli che lo hanno amato,  mi viene in mente uno dei suoi più celebri versi: “si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale…Vengo anch’io!” .