Dopo la fantasmagorica avventura nello spaziotempo di Interstellar, Christopher Nolan approda per la prima volta al genere storico con un film di guerra che riporta al cinema l’evacuazione di Dunkerque. Nel cuore della Seconda Guerra Mondiale le truppe degli Alleati in Francia erano state messe alle corde dai tedeschi nella città portuale a pochi chilometri da Calais. Unica salvezza l’Inghilterra al di là della Manica. L’Operazione Dynamo, così fu chiamata, coinvolse soldati francesi, inglesi e belgi scampati all’avanzata tedesca dopo la sanguinosa battaglia nella città di Dunkerque. Più di 300 mila i militari salvati via mare, principalmente da imbarcazioni private. Non solo la marina militare inglese, ma anche quella mercantile, pescherecci, chiatte, battelli, barchette di civili accorsi a caricare alla bene e meglio quei ventenni sopravvissuti sull’enorme spiaggia di Dunkerque schivando il fuoco nemico.

Il regista del Cavaliere Oscuro torna a parlare di tempo e spazio misurandoli con una sconfitta che profumò di vittoria per la partecipazione popolare e il grande risultato insperato di salvataggi, ma soprattutto per un avvenimento imprevedibile al quale la storia che studiamo a scuola, ma soprattutto il cinema, non hanno fatto la dovuta attenzione. Forse proprio perché si tratta di una sconfitta, ha pensato Nolan. Ma di sicuro una storia incredibile, dagli esiti impossibili, come tanto del suo cinema d’altronde. Niente protagonisti per una coralità che inevitabilmente piazza Dunkirk, parlando di immaginario collettivo, tra La sottile linea rossa di Malick e Salvate il soldato Ryan di Spielberg per la tragicità vissuta tra i soldati spauriti in una spiaggia sconfinata quanto catastrofica. Gli elementi assurgono a fili narrativi, così l’aria è raccontata dalle gesta dell’aviatore Tom Hardy, la terra dai soldati ventenni con le facce di Fionn Whitehead e Harry Styles, e l’acqua dal volenteroso pescatore di Mark Rylance e dal milite naufrago Cillian Murphy. A coordinare l’operazione militare dal molo di Dunkirk il comandante Bolton messo in scena da Kenneth Branagh.

Il Rolling Stones si è chiesto se Dunkirk non sia il miglior film di sempre. Poteva esserlo, probabilmente doveva esserlo, visto il carico di aspettative globale, ma non è andata proprio così. O meglio, in molti ci sono cascati, lodandolo senza mezzi termini, ma il nostro parere è un po’ diverso. Sia ben chiaro, si tratta sempre di un grande film, ma porta con sé una zavorra che lo appesantisce impedendogli non tanto di essere il miglior film di guerra, ma il film dell’anima. Non tanto per l’interpretazione forse un po’ meccanica di Branagh, ma in fin dei conti agganciata a una emotività maschile e militare strettamente legata a un periodo storico e a una situazione lontanissimi dal nostro sentire attuale; non per la sorprendente durata breve, compressione miracolosa della narrazione, a volte anche un po’ confusionaria, ma perdonabile quando si parla di frettolose operazioni di salvataggio su larga scala.

Il danno vero è provocato ancor più paradossalmente dall’elemento più intenso e meraviglioso del pastiche scritto da Nolan: le musiche di Hans Zimmer. Anche questo, in fin dei conti, fa parte del cinema dell’impossibile a cui ci ha abituati Nolan facendoci innamorare dei suoi lavori. Il compositore premio Oscar mette insieme un’orchestralità imponente. La formazione classica, con giusti innesti elettrici propone un sountrack spledido, totale, profondo, ossessivamente tensivo. Si arricchisce grazie a rumori e clangori usciti da una ricerca sui suoni di guerra. Il metallo delle navi, i motori di scafi e chiglie, il fischio delle ali di uno splitfire che tagliano il vento, gli scarponi pesanti affondati nel bagnasciuga, le botole dei blindati, il rumore sordo delle armi l’attimo prima di esplodere il colpo. Tutto accompagna con magnificenza le immagini di Nolan. Ma non c’è silenzio scenico, pausa dalla musica insomma. L’onnipresenza per i primi venti minuti carica d’ansia per la concitazione ma poi ci si rende conto di essere in un immenso videoclip dove sembra il film ad accompagnare la musica e non il contrario. Si va verso l’opera musicale di Zimmer illustrata dalla sapienza visiva del cineasta inglese che gioca con nitidezze e sfocature, definisce e desatura il colore, erge come la lancetta di una bussola la torre di fumo nero che dal mare indica Dunkirk, ci avvolge in atmosfere oceaniche trafitte dai voli dell’eroico Hardy e dei suoi commilitoni. Il battito, cardiaco o d’orologio è il dormiveglia di una colonna sonora che non smette mai. Così Dunkirk è paradossalmente disturbato, sovrascritto, rovinato dal sovraccarico musicale, commento sonoro che sommerge i suoni di scena, i silenzi di una spiaggia sconfinata, il borbottio del mare.

La scena dello splitfire che colpisce il caccia tedesco pur restando a secco di carburante è esemplare. L’aereo continua a planare impavido sulla spiaggia. Un gabbiano di ferro privo del suo ruggito, l’elica ferma, forse precipiterà distruggendosi. I ragazzi sul molo e in riva al mare, nasi all’insù, lo vedono passare dopo la distruzione del velivolo nemico che li avrebbe colpiti. Un grido si leva da terra. In migliaia urlano la loro vittoria con le braccia al cielo. È gloria.

Una scena così meritava un silenzio rotto dal sibilo di quell’elica ferma che affetta l’aria, la sospensione senza note, più ansiogena di qualsiasi commento musicale. Invece no. Anche le cose migliori vanno dosate. Immaginate di portarvi sempre dietro un cartoccio con la vostra pietanza preferita, e di spizzicarla in qualsiasi momento, davanti a chiunque. Sempre. Per quanto tempo quella leccornia resterebbe la vostra preferita? E quanto ce ne metterebbe, pur nella sua bontà e freschezza, a infastidire con la sola presenza il vostro interlocutore? Succede con le solenni musiche di Zimmer anche in altri punti del film. Di una bellezza disarmante, ma utilizzate in maniera inflazionante. Sicuramente saranno nella prossima cinquina da Oscar con la palpabilità dei favoriti, ma su Dunkirk il montaggio le fa prevalere su tutto, su troppo. Così i ticchettii, i battiti diventano intermezzi al cambio traccia sul film che scorre sotto. Imponente per la produzione spericolata, sono stati utilizzati veri velivoli dell’epoca, ma pur sempre restando opera di grande pregio e spettacolarità si rivela un’occasione mancata, perché poteva essere un’opera definitiva. Ma l’autorialità di Nolan è anche così, ora lo sappiamo, nel bene e nel troppo bene che tocca il male. Prendere o lasciare.