Nel 1936 uscì in America In Dubious Battle di John Steinbeck, per noi tradotto nel ’40 come La battaglia da Eugenio Montale. Edito da Bompiani, un grande classico mai assente dalle librerie, ma soprattutto il primo romanzo a parlare di sciopero e crisi economica in maniera così cruda, sincera e realistica dopo il crollo delle borse nel ‘29. L’anno scorso alla Mostra del Cinema di Venezia lo ha portato sullo schermo come suo nuovo fiore all’occhiello James Franco, eclettico attore che spazia nella creatività tra varie arti espressive, tra le quali la regia.

Nel film interpreta Mac, attivista di partito che s’infiltra insieme al giovane Jim tra i braccianti agricoli di una vasta coltivazione di meli in California. Ormai siamo abituati a guardare i frutteti negli spot dei succhi di frutta o nelle trasmissioni culinarie perciò una grande storia di diritti del lavoro non può che darci una giusta strigliata. Lo sciopero come arma pacifica per ottenere diritti salariali minimi è il fulcro della sceneggiatura come del romanzo. Quest’ultimo poneva il medico attivista come personaggio principale, qui declassato a figura minore per dare spazio a un Mac che combatte con ogni mezzo lecito o meno. Si pesca da Steinbeck tutta la diatriba tra proletariato e borghesia terriera. Il primo rappresentato da attori come Vincent D’Onofrio, Ed Harris, Selena Gomez e Zac Braff, mentre il ricco possidente dalle maniere forti è interpretato da Robert Duvall. Lo sceriffo da Bryan Cranston e il proprietario terriero che ospiterà gli scioperanti da Sam Shephard, nella sua ultima commovente comparizione. Per un colosso letterario e un regista coraggioso si sono scomodati diversi grandi attori che regalano al film quello che la sceneggiatura rimpastata di Matt Rager nega ai lettori del romanzo originale. Si parla di diritti calpestati, rivincita, lotta, sussistenza, sacrificio necessario, imbroglio, male minore, fratellanza e ingiustizia. Tutti fili tessuti tra i vari personaggi del ritratto di un’epoca, sublime sulla carta, impavido e tutto sommato ben riuscito sul grande schermo.

Franco prende il romanzo di Steinbeck, lo snatura per farlo passare nel suo tritacarne cinematografico che assembla grandi nomi a bellissime facce di cinema, ne fabbrica un ponte ideale, utile ma poco protetto per il pubblico, tra le vecchie lotte sindacali e la crisi del terzo millennio. Essere pagati un’imbarazzante frazione di quanto promesso, le nuove forme di schiavitù del ventesimo secolo frutto del capitalismo allora in piena carburazione accarezzano amare la consapevolezza di quelle nuovissime del pubblico nel nuovo millennio. Sotto la pelle di Steinbeck, il franco adattamento di Franco allora strizza l’occhio all’epoca attuale degli stage non retribuiti, delle pensioni chimera, le fiumane di licenziamenti, mobilità e ricatti irrinunciabili conditi di politiche del lavoro inefficaci e assunzioni fantasma che aleggiano intorno a contrattini papello esalanti crisi da ogni parte in causa. La pasta visiva emersa è fortemente vintage, per questo adatta a un oggi da copertina. Con le sue sporcature ad arte e una macchina da presa severa in quanto a estro si concentra a santificare la potenza visiva dell’uomo e dell’attore, scioperante o padrone che sia. Forse Franco con il suo personale Che Guevara delle mele, pacifista ma raggiratore, pone questo sentire nel fondo più aspro e patinato del suo lavoro così controverso. O almeno è ciò che ne salta fuori.

Pur nella sua bizzarra natura bifronte dal retrogusto pop, la storia ritoccata di Franco intrattiene, narra a dovere e colpisce comunque come un pugno ben assestato. I puristi storcono il naso, ma restano intatte nella loro potenza lettararia le istanze disperate di giustizia sociale, equa remunerazione e adeguatezza nelle condizioni di lavoro intorno a storie di uomini e donne che vorrebbero solo scambiare dell’onesto lavoro con una vita semplice e decorosa. Nelle sale italiane In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi arriva il 7 settembre, con un sottotitolo che prelude a quel ponte scivoloso di cui sopra. Perciò la lettura del romanzo è consigliata per soppesare le due versioni della storia.