Finalmente Don Antonio Mazzi ha rotto il silenzio dicendo la sua sul caso legato a Fabrizio Corona. L’ex re dei paparazzi, tornato un uomo libero, è stato accolto nella sua comunità “Exodus” e Mazzi, intervistato da “Famiglia Cristiana“, ha voluto sfruttare l’occasione per fare il punto sulla questione inerente alla giustizia italiana:

“Sto assistendo, da anni, Corona perché è una storia come tante altre, ma è proprio partendo da questa ultima storia, che vorrei discutere su alcuni temi che ho fissi in testa da sempre. E sono: l’abolizione dei carceri minorili e sostituirli con strutture non carcerarie, con educatori preparati che permettano alla gente che ha sbagliato tanto, di “pagare” gli sbagli in luoghi, modi e tempi non repressivi ma rieducativi. In Italia siamo in tanti pronti per questa esperienza interessante, umana da sviluppare in strutture normali. I ragazzi che hanno sbagliato tanto non devono peggiorare ma migliorare attraverso progetti, attività, studio, arte, sport, musica e lavoro. Le prove le abbiamo già date e i risultati sono sotto gli occhi di tutti”.

In questo modo il sacerdote non vuole, ovviamente, sminuire le colpe di Corona, ma non può non far notare il trattamento eccessivamente duro a lui riservato:

“È vero che Corona non è un minore e un adolescente, che ha fatto cretinate inspiegabili e smargiassate infinitamente stupide. Ho parlato a lungo con lui di queste cose. La giustizia, però, l’ha trattato in modo assurdo“.

Per Don Mazzi la soluzione migliore a questo tipo di problemi non è quindi il carcere ma un sistema che aiuti chi ha sbagliato ad essere rieducato nel modo giusto:

“Ed è per questo che approfitto del caso per partire da lontano e mettere sul tavolo l’intera situazione carceraria italiana minorile e non minorile. Non è un atto di debolezza e, tanto meno, una svalutazione del dolore immenso che certi giovani procurano ad innocenti rovinando intere famiglie. È un modo diverso, ripeto, meno carcerario, ma più auto-educativo e profondo. Il solo capace di cambiare la morte in vita e l’offesa in perdono”.