Ce l’aveva in testa da dieci anni Matteo Garrone il film sul delitto del canaro della Magliana. Ebbene, dopo anni di ripensamenti su come e quanto la storia dovesse cambiare cinematograficamente è giunto il momento di mostrare la sua ultima fatica anche al pubblico italiano, oltre a quello di Cannes, che gli ha riservato un applauso di dieci minuti.

Siamo in una provincia anonima dell’oggi, purgatorio di anime semplici dai sentimenti più gretti. Marcello invece è un ometto che tira a campare prendendosi cura dei cani nel suo negozietto Dogman. Sì, come il titolo del film. Gli occhi grandi da sognatore buono sono del magnetico Marcello Fonte, ma l’inferno di un bullo lo avvolge, e amare in santa pace i suoi cani e la figlioletta diventerà sempre più difficile a causa di Simoncino. L’ex-pugile attaccabrighe e cocainomane va avanti tra sgommate in moto, risse, furtarelli e scommesse perse. Come ogni vigliacco se la prende col più debole, così tra loro nasce un rapporto ricattatorio di do ut des.

Intraprendere una strada di piccoli e grandi compromessi accettati per minaccia o vigliaccheria porta Marcello, come fosse in un imbuto, verso una strada tragica e senza via d’uscita. È su questo che lavora Garrone, la genesi vera e propria di uno psicopatico. Il vero canaro uccise il suo aguzzino come un cane dopo essere arrivato oltre ogni umana sopportazione. Vendetta, riscatto, o semplicemente tragica conseguenza di un’amicizia malata e scelte sbagliate. Il bullo ha la massa fisica di Edoardo Pesce. Attore irriconoscibile con quel naso deformato dagli incontri, mette i brividi per il realismo velenoso di cui si carica. È violento anche negli abbracci a Simoncino, e si abbatte su Marcello inarrestabile come una tempesta.

Garrone costruisce questo nero sotto le unghie dell’Italia come una favola oscura dove il principe povero è destinato a diventare demone. In questa scheggia di mondo la vita vale poco e la dignità sta nel tirare dritto senza incappare in errori imperdonabili. L’impatto visivo delle immagini ci riporta agli esordi di Gomorra e L’Imbalsamatore, come del resto il set, non-luogo spettrale di Villaggio Coppola, complesso turistico abbandonato di Castel Volturno. Nonostante la brutalità della storia, Garrone non forza mai troppo la mano, regala addirittura poesia al suo protagonista e la decompone lentamente, ma non perde mai la grazia. Velo che si percepisce anche nelle scene più forti. Forse il finale, visto il climax al quale porta l’aumento progressivo della tensione, poteva avere ancora più energia per diventare più inarrestabile dei pugni di Simoncino. Ma c’è grazia anche lì, così gli occhi buoni tornano a vincere seppur imbevuti di sconfitta e follia.