Ironia e idealismo, un’accoppiata decisamente insolita per una pellicola di Tarantino, eppure Django Unchained la propone a giuste dosi. Che il buon Quentin stia invecchiando? Probabile, anche se la spassionata inclinazione del regista a quella violenza spettacolare non manca mai ed il marchio di fabbrica è salvo. Deo gratias.

Occhio strizzato agli Spaghetti Western (il cameo di Franco Nero non è lì per caso), ‘omaggio’ reso al Django di Sergio Corbucci del 1966, la fotografia ricorda tanto i fumetti in stile Tex, manca solo l’uscita di qualche “Smack”, “Bang”, “Twiing” e l’onomatopeica sarebbe servita.

Ancora una volta chapeau a Christoph Waltz (Dr. King Schultz), non a caso premio Oscar e Golden Globe come attore non protagonista nel primo episodio di questa ipotetica trilogia sugli oppressi, Bastardi senza gloria. Ti tiene incollato allo schermo, si prende gioco di te fino alla fine, tanto da lasciarti incredulo dello sviluppo del suo personaggio nella storia. Meno di impatto Jamie Foxx (Django) seppur notevole nel suo essere tanto impacciato nelle vesti di uomo libero quanto assetato di vendetta in quelle di ex-schiavo. Perfetto damerino malefico Leonardo Di Caprio (Calvin Candie), non serve spender parole su quel diavolo di Samuel L. Jackson (Stephen).

Allontanatosi dalla proposta produttiva di due capitoli come Kill Bill, Quentin si è lasciato andare in 2 ore e 45 minuti internamente divisi in tre capitoli: lo show personale del dottor Schultz, la messa in scena delle sadiche passioni di Calvin Candie, l’esplosione del carattere di Django vero protagonista solo nell’ultima mezz’ora del film. Manca solo un ingrediente, una figura femminile preponderante e mai assente nei lavori precedenti: vi sono tanti piccoli accenni di donna, ma nessuna, neppure la moglie di Django risulta essere una donna alla Tarantino.

Conclusione? Tarantino si è superato, e se riuscirà a produrci davvero il terzo episodio della trilogia all’altezza dei primi due, massima stima.

(Foto by InfoPhoto)