Si potrebbe cominciare dalla fine: ne valeva la pena. Soprattutto nel giorno in cui partiva l’ennesimo e inflazionato Sanremo fatto di poca musica e tante chiacchiere. Mentre milioni di spettatori assistevano al più brutto avvio del Festival della Canzone Italiana, alle battute da bar e al varietà in stile Bagaglino, oltre undicimila persone hanno deciso, da tempo, di godersi una serata musicalmente eccezionale e visivamente spettacolare.

I Depeche Mode non hanno tradito le attese e hanno sfoderato tutte le armi a loro disposizione. La voce di Dave Gahan, la chitarra di Martin Lee Gore e le tastiere di Andy Fletcher.  La batteria del “turnista” Christian Eigner. Due ore di show potente, adrenalinico, entusiasmante. La band britannica è tornata in Italia per il Tour Delta Machine che dopo Torino coinvolgerà Milano e Bologna (organizzazione Live Nation).

Il sold out è una pura formalità. Prima di entrare al PalaOlimpico mi accorgo di attraversare almeno tre generazioni. Ci sono i quarantenni, che hanno conosciuto e amato i Depeche Mode fin dal debutto, targato 1980, quando Rolling Stone li definiva “la quintessenza della musica elettronica”. La mia generazione, per intenderci quella di Personal Jesus ed Enjoy the Silence. Marchi di fabbrica esportati in tutto il mondo. Poi i ventenni, ragazzi che amano la dance alternativa presente negli ultimi lavori del gruppo.

A ballare ci sono proprio tutti, dalle coppie appena sposate a quelle con i capelli bianchi. Dai ragazzi con fascia e maglietta british style alle signore vestite di tutto punto che impazziscono nel vedere Gahan spogliarsi a metà concerto. Dave sembra provenire da un altro pianeta, come il suo idolo Freddy Mercury. Non lo fermano i cento milioni di dischi venduti e i trent’anni di carriera. Inoltre sembrano lontanissimi i momenti difficili fatti di morte clinica, depressione, tumore. L’animale da palcoscenico, classe 1962, esce alla distanza mentre il suo gilet vola via dopo alcuni brani spinto dal calore del pubblico. E’ un susseguirsi di balli istrionici, sensuali, coinvolgenti. Ci tiene al suo fondoschiena e si vede. Il pubblico femminile va in delirio ad ogni sua canzone, con quelle movenze che ricordano un talentuoso e carismatico ballerino di flamenco. C’è chi lo ha definito uno dei più grandi “frontman” viventi insieme a Mick Jagger e Iggy Pop. Vedere per credere.

Si parte con Welcome to my World, poi Angel, Black celebration, Walking in my shoes, Precious, Should be higher. Policy of truth, I feel you. Judas, Heaven e The child inside. Spazio ad una versione di Personal Jesus accattivante. A chiudere Just can’t get enough, I feel you e Never let me down again. Il loro nuovo album, il 13.mo dell’interminabile serie, non delude le aspettative. Così come l’evento, curato nei dettagli della scaletta musicale e nello stage, disegnato dal fotografo Anton Corbjin. Nota di merito per Martin Gore, che delizia il pubblico con alcune canzoni per ricordare di quanti si siano anche innamorati con i Depeche in sottofondo. I commenti dei devoti sono entusiasti. Gli appassionati lasciano Torino con il cuore caldo e le orecchie appagate.

Il nuovo album Delta Machine, pubblicato a marzo 2013, è stato poi prodotto in due diverse versioni, una standard e una deluxe, quest’ultima arricchita da 4 bonus track e un libro fotografico di 28 pagine. Guai a chiamarla celebrazione o a ritorno agli anni Ottanta. Dave Gahan e soci sono il passato, il presente e il futuro della musica. Quella che non si perde dietro alle canzonette. Quella per cui vale la pena.

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