Se una volta l’idea di cineasta geniale la cui eccentricità era immediatamente riconoscibile veniva associata a Stanley Kubrick, ora questo onore e onere spetto di sicuro a David Lynch, arrivato in questa giornata a spegnere 70 candeline.

Più citato che davvero conosciuto, il cineasta americano ha impresso un’impronta importante sul cinema moderno, pur essendo sempre rimasto in disparte scegliendo di realizzare al meglio solo quelle opere cui teneva davvero. “Lynchiano” è ormai un aggettivo che si sente usare spesso per definire atmosfere surreali, a cavallo tra sogno e realtà (o una strana commistione delle due), che passano senza soluzione di continuità dalla minaccia latente al romanticismo.

L’equivoco cui va incontro la filmografia di Lynch è poi quello che la vorrebbe come una sequela ininterrotta di immagini suggestive ma senza un senso ben preciso, opinione comune che si è venuta a creare dopo il successo di due film come Mulholland Drive e Inland Empire, ma che già aveva iniziato a circolare a partire dalla messa in onda delle prime due stagioni di Twin Peaks (le riprese della nuova serie, come ormai noto, sono attualmente in corso).

Ma David Lynch, la cui formazione originaria viene dalla pittura e dall’arte figurativa, ha sempre e solo voluto mettere in scena sentimenti molto semplici, che su schermo diventano poi di difficile deciframento a causa della loro intensità.

È il caso del suo debutto Eraserhead del 1977, che arriva dopo una serie di corti sperimentali che ne rivelano il talento: frutto di una lavorazione molto travagliata e protrattasi nel tempo, il film è la descrizione dell’angoscia che lo stesso Lynch stava provando nell’affrontare la nascita della sua prima figlia. Nella pellicola si iniziano già a vedere i primi elementi ricorrenti dello stile del regista, tra cui l’uso non realistico del suono, manipolato a piacere e fondamentale per la riuscita di tante scene, le performance attoriali straniate e quindi l’immedesimazione dello spettatore.

Di tre anni successivi è The Elephant Man, il film più classico della carriera di Lynch, che con grande empatia racconta la difficile vita di Joseph Merrick, il cosiddetto “uomo elefante”. Ambientato nel 19° secolo, il film mostra uno stile quasi addomesticato, ma sono tanti i momenti in cui la mano del regista si fa vedere, come per esempio lo straziante finale.

Con Dune del 1984 arriva la prima e unica grande produzione cui prende parte Lynch, anche grazie alla produzione di Dino De Laurentis: tratto dal romanzo omonimo di fantascienza di Frank Herbert, il film racconta della lotta di potere che si svolge sul pianeta Arrakis per il possesso della droga conosciuta come “la spezia”. Privato del final cut Lynch si lascia sfuggire di mano il progetto, alternando sequenze molto riuscite ed evocative ad altre francamente molto ingenue.

Il riscatto arriva però immediatamente con Velluto blu del 1986: protagonista Kyle MacLachlan, che diventerà anche l’agente Cooper di Twin Peaks, insieme a Dennis Hooper, Laura Dern e Isabella Rossellini, il film è una oscura discesa agli inferi di un ragazzo perbene affascinato dalla perversione.

Passano quattro anni ed ecco arrivare Cuore selvaggio, film romantico per eccellenza di Lynch (che cita a profusione Il mago di Oz), in cui Nicolas Cage e la Dern sono due innamorati uniti contro il mondo intero. La storia d’amore è ovviamente atipica e sono tanti i momenti in cui si scatena una violenza irrazionale ed eccessiva.

Nel frattempo Lynch intraprende la lavorazione di Twin Peaks, la serie che gli regala la notorietà assoluta, ovvero la sua personale versione di una soap-opera in cui però eventi sovrannaturali e omicidi vengono presi molto sul serio. Del 1992 è il prequel Fuoco cammina con me, in cui finalmente si fa conoscenza di Laura Palmer, il cui assassinio dava il via alle due stagioni.

Poco conosciuto è il film successivo del cineasta, Strade perdute del 1997, primo capitolo di un’ideale trilogia della fuga psicotica: il colpo di scena che taglia il film completamente a metà è tra i più sorprendenti, e non tutti gli spettatori capiscono che le due storie d’amore raccontate rappresentano in realtà il rovesciamento dell’altra.

Una storia vera del 1999 è l’esempio della versatilità di Lynch, che realizza la sua opera bucolica, segnata da un ritmo contemplativo e da uno sguardo sereno e pacificato. La storia è infatti quella vera di Alvin Straight, che attraversa il Paese a bordo di un tagliaerbe per andare a trovare il fratello che non vede da anni.

Seguono poi i due capolavori Mulholland Drive del 2001 e Inland Empire del 2006, accomunati da tematiche simili e dalla struttura che riflette quella di Strade perdute, per quanto molto più labirintica; nell’ultimo poi Lynch inizia a sfruttare le potenzialità del digitale, con un’immagine sporca ma affascinante da cui afferma di non volersi più separare.

Passato quasi un decennio dall’ultima prova al cinema i fan di David Lynch attendono un suo ritorno su grande schermo, ma per il momento l’appuntamento più vicino è per il 2017, quando potremo vedere le prime puntate della terza stagione di Twin Peaks.