Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”: questa la motivazione con cui nel 1997 l’Accademia svedese attribuì il premio Nobel per la letteratura a Dario Fo.

Un omaggio molto contestato in Italia, e assai meno all’estero, a causa della sferzante satira con cui l’intellettuale scomparso proprio oggi colpiva il mondo politico italiano, la società borghese, le istituzioni religiose e civile, sempre all’insegna di uno stile istrionico che mischiava alto e basso, dialetto e citazioni coltissime.

La produzione artistica di Fo, che non può prescindere dalla menzione del contributo decisivo della compagna Franca Rame, è talmente vasta che una ricognizione completa sarebbe davvero impossibile.

Per questo citiamo alcuni degli spettacoli più belli e importanti di Dario Fo, nella speranza che gli altri possano essere ricordati seguendo la scia della curiosità.

Tra le prime produzioni ad arrivare a teatro c’è la commedia in tre atti Gli arcangeli non giocano a flipper. Descrizione di un gruppo di vitelloni dell’epoca, la piéce si trasforma in una requisitoria surreale e stravagante contro la burocrazia: il protagonista, il Lungo, scopre infatti di essere registrato all’anagrafe come un cane bracco, e perciò, nonostante le sue proteste, come tale deve comportarsi per poter essere accettato dalla società.

Mistero buffo del 1969 è invece la più completa rappresentazione dell’ideale giullaresco di Dario Fo: nel lunghissimo monologo recitato in grammelot, ovvero un dialetto padano arrangiato con invenzioni linguistiche scoppiettanti, si raccontano vari episodi storici e religiosi, molti interenti la vita di Gesù, di cui viene smitizzata l’aura mitica per portarli a un livello autenticamente popolare .

Dell’anno seguente è un’altra delle commedie più famose di Fo, ovvero Morte accidentale di un anarchico, dedicata alla tragica e misteriosa fine di Giuseppe Pinelli: la ricostruzione del drammaturgo degli eventi accaduti presso il commissariato di Polizia di Milano venne conte fu oggetto di oltre 40 processi, data la materia controversa. È la figura del Matto – il giullare cui è permesso dire la verità – a portare avanti la storia: spacciandosi per vari personaggi il protagonista riuscirà a far venire a galla le contraddizioni surreali della realtà giudiziaria ufficiale.

È poi del 1991 lo spettacolo Johan Padan a la descoverta de le Americhe, recitato in dialetto padano-veneto: un povero bergamasco per sfuggire all’Inquisizione approda prima in Spagna e poi nel Nuovo Mondo. Qui sarà protagonista di vari episodi della storia ufficiale, di cui stravolgerà il significato con il suo buon senso comune e la sua rustica sincerità. Nel 2002 è stata prodotta una trasposizione sotto forma di film d’animazione.