L’ultima fatica di Wim Wenders ricostruisce, scegliendo la strada del documentario in 3D, un ritratto della coreografa Pina Bausch, fondatrice del Tanztheater Wuppertal, la celeberrima compagnia di ballo che la stessa Bausch diresse fino al momento della sua improvvisa scomparsa quasi due anni fa.

Primo esperimento del genere per il grande regista, ancora una volta Wenders riesce a regalare la sensazione di esser catapultati sulla ribalta insieme ai ballerini, nel mondo visionario scaturito dal genio della Bausch.

Il film punta, riuscendoci in maniera eccellente, a restituire l’immagine di un personaggio carismatico e magnetico che, con grande perizia ed umanità, ha cambiato la vita delle persone che hanno avuto l’intuizione ed il coraggio di abbracciarlo. Fin dalle prime inquadrature emerge la straordinaria capacità della coreografa di entrare nel profondo con uno sguardo, di carpire i desideri ed intuire le debolezze delle persone e quindi di sostenerle nel quotidiano ed estenuante lavoro di affinamento delle proprie capacità espressive.

La Bausch come persona, dunque, prima ancora che coreografa e ballerina, capace di coinvolgere chiunque le stia vicino, ma anche di spingere ad una costante messa in discussione della propria vita.

Si entra, inquadratura dopo inquadratura, in quel territorio che conduce all’abbandono delle proprie inibizioni e di ogni finzione, ci si trova nudi di fronte al proprio essere, accettando il rischio dell’autenticità di se stessi.

La forza espressiva e l’intensità dei sentimenti sono quindi in primo piano ed il percorso artistico e professionale pare fare da semplice sfondo al profilo umano che emerge della Bausch.