Poche band sono rappresentative di un genere, o forse sarebbe meglio dire di un’atmosfera musicale, come i Cure: e per questo motivo non ha sorpreso nessuno il veloce tutto esaurito fatto registrare dalla vendita dei biglietti per i concerti che hanno portato la creatura di Robert Smith in Italia.

Quattro tappe in totale all’interno del tour europeo. Il 29 ottobre alla Unipol Arena di Bologna, e quindi ieri presso il Palalottomatica di Roma: per quanto ugualmente torrenziali (tre ore in tutto), i due concerti hanno attinto al vasto repertorio dei Cure, risultando dunque molto differenti, anche per il fatto di aver privilegiato album come Disintegration, Seventeen Seconds e The Head on the Door da una parte e Japanese Whispers e Kiss Me Kiss Me Kiss Me dall’altra.

Dopo un obbligatorio giorno di riposo la formazione di Smith e del bassista Simon Gallup tornerà a esibirsi l’1 e il 2 novembre a Milano presso il Mediolanum Forum di Assago. Accanto ai due una copia durnisti di lusso formata da Jason Cooper alla batteria, Roger O’Donnell alla tastiere e Reeves Gabrels alla chitarra.

Progenitori della darkwave negli anni ’80, i Cure hanno cavalcato un’intera stagione all’insegna di atmosfere cimiteriali, spleen esistenziale (e adolescenziale), sempre alle prese con melodie sul filo del pop ma venate di malinconia e pessimismo come imponeva lo spirito del tempo.

Il look di Robert Smith – cerone, rossetto, trucco sugli occhi e capelli fissati in aria dalla lacca, camice e pantaloni neri – sarebbe stato imitato da migliaia di appassionati ascoltatori in tutto il mondo, poi variamente definiti “gotici” o “dark”.

Classificazioni a parte il gruppo non rilascia un album dal 2008, anno d’uscita di 4:13 Dream, ma la loro influenza è stata decisiva per tutti i tantissimi epigoni che ne hanno imitato lo stile ma anche per il mondo del cinema: basti pensare che per il suo primo film americano This Must Be the Place Paolo Sorrentino si ispirò proprio al personaggio di Robert Smith per il protagonista interpretato da Sean Penn.