Il premio preso a Cannes è già archiviato per A Ciambra, il secondo film di Jonas Carpignano. Novità sono la partecipazione al prossimo Toronto Film Festival, nei giorni tra il 7 e il 17 settembre, ma anche l’inserimento della pellicola tra le 51 che concorreranno per gli Europe Film Awards, gli Oscar europei. Il film, duro come un sasso e coinvolgente come un gangster movie, ha per produttore esecutivo Martin Scorsese. “Naturalmente per me era un sogno. So che lui ha visto delle foto che io ho fatto nella Ciambra negli ultimi anni, ha letto la sceneggiatura e ha visto il mio corto. A un certo punto mi è arrivato il passaparola che ci avrebbe aiutato a ottenere dei finanziamenti da un fondo da lui creato insieme ad altri produttori. In quella fase sapevo che era lui il produttore, ma non ci pensavo mentre giravamo. Poi dovevamo consegnare il film a Cannes e gli altri produttori mi dicono ‘Senti, Scorsese ha appena guardato il film’. E sono rimasto scioccato”. Ha raccontato Carpignano incontrando la stampa italiana per presentare il suo lavoro di prossima uscita nelle sale. “Lui ci ha aiutato durante il montaggio a trovare la stesura finale e a trovare l’equilibrio tra ciò che è più documentaristico e la storia del film”.

Italoamericano di New York, padre italiano e madre afroamericana originaria delle Barbados, il regista poco più che trentenne ha un background ampio e complesso che gli ha aperto molte porte grazie non solo alle lingue, ma la mente, e l’arte di fare cinema. Ma le idee ce le ha molto chiare. “Come sentite dal mio accento, non sono cresciuto qua, la mia formazione è là, in America. Ora c’è anche Scorsese, ma potevo tranquillamente lavorare lì”. Ha spiegato in conferenza stampa. “Invece ho scelto di venire qua perché mi sento molto vicino al cinema italiano. Mio nonno era un regista di caroselli e lui mi ha fatto crescere con il Neorealismo. Ho visto i primi film di Visconti tra i 6 e gli 8 anni. Perciò quando si è trattato di scrivere e raccontare storie non c’era scelta. Volevo per forza venire qua, perché mi sento molto più a mio agio in questo paese”. Così sono nati Mediterranea, il film d’esordio, e A Ciambra, nati da due cortometraggi che come uova d’oro si sono schiusi in due perle di film. “Faccio questo cortometraggio e lì ho conosciuto Koudous e poi Pio”. Raccontando la genesi del suo lavoro con i protagonisti, il giovanissimo Pio Amato e l’immigrato Koudous Seihon. “Il corto va a Venezia, trovo delle persone che vogliono farne un lungometraggio. Così mi trasferisco a Gioia Tauro, sto in casa con Koudous, inizio a scrivere, ma il film non parte perché non siamo riusciti a trovare i soldi. Non siamo stati lì per qualche mese, ma per tre anni. Nel frattempo stavo quasi impazzendo. Là ho conosciuto alcune persone della Ciambra è ho pensato di fare un film di formazione con loro. Sondando il territorio Pio e tramite lui si è creato questo rapporto con la Ciambra”. Il rapporto con la comunità Rom è iniziato con l’impatto rabbioso di un furto, ma con il tempo è sedimentato, trasformato. “Il passaggio non è stato di fare amicizia con le persone che mi hanno rubato la macchina, ma con questo bambino di cui poi ho conosciuto tutta la famiglia. Lì è nata l’amicizia”. Incuriosito da bambini che fumano e guidano alla luce del sole e da mille altri segni culturali così inspiegabili e diversi da quelli occidentali, Jonas è andato più in profondità continuando: “ Mi seguiva ovunque. Aveva undici anni, questa giacca di pelle e fumava sempre, senza parlare mi stava sempre attaccato. Poi iniziammo a conoscerci”.

A Ciambra parla del passaggio dall’infanzia alle cose dei grandi di un ragazzo Rom di tredici anni. Prove del fuoco nella vita e sul set, ma anche per il regista non è stata una passeggiata, percepito come un amico ma sempre come straniero, da una comunità che accoglie e respinge in continuazione. “Potete chiamarmi zingaro onorario, ma non sono uno zingaro a tutti gli effetti. La forza della comunità è anche il limite, secondo me. Per questo non riescono mai a integrarsi. Tra di loro la sensazione è che appartengano a qualche cosa a parte”. Ha spiegato con passione per i suoi attori e amici che hanno interpretato una storia fatta di tanti brandelli di realtà, e negli stessi luoghi delle loro vite. “Sono molto solidali tra loro. Tra di loro non si tradisco nono ma si proteggono a vicenda. Non potrò mai essere uno di loro. È anche questo il senso del film”.

Un realismo che fa sgranare gli occhi per ogni dettaglio, il film è una storia di crescita amara e a tratti spietata. Chissà, forse è proprio questo che sarà piaciuto a Scorsese. Ma non mancano elementi estemporanei ma allo stesso modo profondamente presenti nella cultura zingara. Così un cavallo appare come figura atavica, quasi salvifica per questo ragazzino in corsa per diventare uomo. “Pio sceglie la tribù e il suo passato. Ma come fai a rendere il passato in maniera realistica? Era difficile perché non possiamo vivere nel passato. Allora volevo farlo vedere in maniera coinvolgente e viscerale senza entrare in un monologo. La presenza del cavallo era l’unico modo per inserire questo elemento”. Viva i giovani autori che evitano gli spiegoni!

Carpignano non è neanche il tipo che attraverso i suoi film vuole comunicare che si può cambiare il mondo da una sala buia. Per questo il suo lavoro descrive, approfondisce ma non giudica, ma lascia quella porta aperta al pubblico. Dopo un tour di presentazion d’anteprima A Ciambra esce in Italia il 31 agosto, primo paese al mondo ad averlo in programmazione. Quel grande nome newyorkese alle spalle gli assicura anche un buon circuito di cinema indipendenti negli States, e chissà, che nelle selezioni dell’Academy Awards, a settembre, non possa iniziare un cammino verso il sogno più grande di Hollywood. Incrociamo le dita e buona visione.