Il 23 settembre del 1949, a Long Branch, nel New Jersey, lo stesso paese che diede i natali al grande Norman Mailer, nacque Bruce Frederick Joseph Springsteen (foto by InfoPhoto), una delle stelle più luminose del firmamento del rock degli anni Settanta e Ottanta, e invecchiato meravigliosamente fino ai giorni nostri. Canzoni come “The River”, “Born in the U.S.A”, “Thunder Road”, “Hungry Heart”, “I’m on fire”, Dancing in the dark” e tante altre scritte tra il 1975 e il 1985, i suoi anni ruggenti, lo hanno proiettato nel mito, i lavori più recenti (notevole l’album “The Promise”, del 2010) ne hanno confermato l’evoluzione più matura.

Figlio di un veterano di guerra di discendenza olandese e irlandese, e da una donna di origini campane, Adele Zerilli, Springsteen ha attinto a piene mani dalle sue umili radici e dalla sua giovinezza difficile per diventare una delle voci più importanti dell’America operaia, dolente e in cerca perenne di riscatto, lontana dagli eccessi della West Coast e dalle avanguardie sperimentali della sua New York. E se l’intensità dei suoi testi gli ha consentito di raccogliere l’ingombrante testimone ideale dell’altro grande cantore dell’altra America, Bob Dylan, la sua voce aspra e le poderose sonorità elettriche della sua E-Street Band lo hanno reso una delle più straordinarie macchine da concerto della storia della musica rock. A quasi 40 anni dal suo primo grande successo di critica e di pubblico, “Born to run”, Bruce Springsteen non è ancora passato di moda. Tanti auguri, Boss.

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