Capita che un uomo di 51 anni, un sex symbol di ieri e di oggi, uomo ricco e famoso, sia ancora capace di innamorarsi e piangere. Capita che anche se hai venduto oltre 130 milioni di dischi nella tua carriera, a 30 anni di distanza dall’esordio artistico, qualcuno riesca a farti scendere una lacrima sul viso, tanto da dover interrompere una canzone perché rotto dall’emozione. Capita tutto questo, anche se ti chiami Jon Bon Jovi. Perché quando i tuoi fan ti riservano sorprese che nascono direttamente dal cuore, piangere è un grande segno d’umanità. E anche se un rocker deve sempre dare l’immagine del duro tra assoli di chitarra e jam session, a noi piace sottolineare i suoi attimi di sincera commozione. Senza sminuire, ovviamente, la sua grande natura artistica.

Metti un 29 giugno allo stadio San Siro: sul palco Jon Bon Jovi con la sua band storica (quasi al completo, mancava quel Richie Sambora che ormai sembra essere un ex per via dei suoi problemi con la dipendenza da alcol e droghe), tra successi di ieri e di oggi. Sugli spalti e nel prato 50.000 spettatori, amanti della sua musica e dei loro virtuosismi. Si parte: tra You Give Love a Bad Name, Raise Your Hands, It’s My Life e Because We Can, il pubblico si scalda. Ma è proprio su quest’ultima canzone che avviene qualcosa di particolare: parte la coreografia dei 50.000 di San Siro. Il prato diventa un insieme di bandierine italiane, mentre gli spalti si colorano fino a formare la scritta BON JOVI FOREVER, a tinte americane, con uno striscione di 120 metri che ripercorre le tappe della carriera della band. Emozione troppo forte, il buon Jon si ferma, non riesce ad andare avanti: ringrazia, visibilmente commosso. Poi lancia un “Stupid, don’t cry” (stupido, non piangere) e prosegue. La voce è rotta e si sente, ma va bene così.

Perché a noi piace sottolineare il suo lato umano: piace rimarcare come Living on a prayer e Always non sia quasi riuscito a cantarle, con i 50.000 di San Siro che coprivano la sua voce e quasi le note musicali: “Un momento che non dimenticherò”, ha detto Jon Bon Jovi. Su questo non c’è dubbio: scaletta ribaltata, band richiamata sul palco per ben tre volte, nonostante le oltre tre ore di musica. L’ultima, a grande richiesta del pubblico, dopo Never say goodbye e These days, è This ain’t a love song. Jon Bon Jovi non vorrebbe mai lasciare il microfono e i suoi fans, che gli hanno dimostrato una grande prova d’affetto. Lo sa e per ovviare a questo se ne esce da star: di spalle, sulle note della canzone, senza un saluto deciso. Forse non doveva finire così, ma se non l’avesse fatto, probabilemente, sarebbe ancora lì a cantare. In fin dei conti è sempre una rockstar, deve fare il duro. Ma la sua anima tenera, di 51enne capace ancora di emozionarsi, c’è stata. E a noi piace così. Ma chi non ci dice che, uscendo di spalle, non ci fosse un’altra lacrima sul suo volto? Bon Jovi Forever, lo dicono i fans. Lo vogliono tutti.