C’era da aspettarselo. Immagini, trailer e cortometraggi propedeutici al grande ritorno di Deckard, con l’aggiunta di un suo nuovo misterioso pupillo con la faccia da pokerista di Ryan Gosling lasciavano presagire a un possibile grande film. L’impostazione estetica creata da Denis Villeneuve, sontuosa e ordinatissima, emergeva senza mezzi termini anche dal footage (breve montaggio di alcune sequenze) che poco tempo fa era stato concesso, segretissimamente, in visione alla stampa italiana prima di poter affrontare l’incontro con lo stesso regista. Bene, il grande giorno dell’uscita di Blade Runner 2049 è alle porte, e dal 5 ottobre le 750 sale prenotate dalla Warner Bros sveleranno l’arcano sequel anche al pubblico di casa nostra.

Come al solito abbiamo visto il film in anteprima. Le sue due ore e quaranta cariche di misticismo fantascientifico, la  trama non intricata ma orchestrata con perfette chiavi di volta e drammatizzazioni di personaggi retti da un intero cast che non sbaglia un colpo non hanno tardato a conquistarci, come hanno fatto pochi giorni fa con la critica americana esaltata da questo sequel. Il colpo non lo sbaglia neanche quel fenomeno di Villenueve, che dopo la potenza visiva e narrativa rivelata in Arrival, pluricandidato agli ultimi Oscar e vincitore di una statuetta, si supera con nonchalance. In forma e sostanza. Nel Blade Runner dell’82, quello firmato Ridley Scott, Rick Deckard, alias Harrison Ford, era il cacciatore di replicanti che sgominava una cellula di ribelli nell’allora distopico 2019. Ora ci troviamo nel 2049 e di lui, 30 anni dopo, non si sa più nulla. Ma porteranno al vecchio agente le indagini di un suo giovane collega della nuova generazione, Gosling appunto. Intorno a questo inedito giustiziere della futuristica polizia di Los Angeles una mogliettina olografica interpretata da Ana de Armas e un miliardario non vedente ma tendente all’onnipotenza creatrice con viso barbuto e occhi grigi di Jared Leto. Personaggio di panna acida è la imprevedibile aiutante di quest’ultimo. La tira come una corda di violino l’attrice che aveva accompagnato Villeneuve in Italia: Sylvia Hoeks. Per lei un’interpretazione in un crescendo esaltante e parallelo alle tante altre sorprese del film. E poi sbucano Dave Bautista, ormai attore più interessante del wrestler che fu, nonché l’incorruttibile tenente impersonato da Robin Wright, diva sempre più a suo agio in ruoli tutti d’un pezzo, come ha dimostrato anche la sua ottima performance d’amazzone in Wonder Woman.

BD2049 urtilizza il linguaggio della contemplazione estatica dello spettatore verso la materia cinema. Riflette profondamente sul rapporto uomo-macchina, mette in campo l’attualità dell’amore sintetico e virtuale (come ha fatto qualche anno fa Her di Spike Jonze). Lo fa immaginando un futuro dove le real-doll sono archiviate da ologrammi sexy ed espandibili come oggi le applicazioni sugli smartphone. Invece il mondo, anzi la California, si riduce a paesaggi alla Ken Shiro: desertici con le vestigia spettrali della vecchia metropoli vista nel film dell’82. Le notti non sono più piovose, ma nevose per una ciclicità stagionale oramai in tilt. Mentre polvere di terra gialla invade le ore diurne, arse e sterili. E qui il giallo argilloso, colore quasi onnipresente come un co-protagonista sottotraccia. La tragedia ambientale non è stata nucleare, ma dovuta al reiterato inquinamento di decenni. Toccano così Villeneuve e i suoi sceneggiatori il tema della corsa verso lo sfacelo. Ed è tutta una meditazione visiva imponente, incessante, meraviglia a ogni fotogramma. Meraviglioso vedere anche l’allievo (Villeneuve) che supera il maestro (Scott), venendo accompagnato, sostenuto nella produzione di un capolavoro nuovo di zecca che non rompe il continuum, non compete né rovina il passato, ma lo esalta da ogni punto di vista.

Accanto ai temi dell’umanità in bilico sul suo futuro trovano miracolosamente spazio la ricerca dell’anima in corpo e mente artificiali, più l’inevitabile diatriba tra umani e replicanti come fossero Neanderthal e Sapiens. La storia appare come un leitmotiv da futuristico Pinocchio che anela a un’identità. Anzi, un popolo sterminato di evoluti burattini che aspirano alla vita attraverso la sopravvivenza: i replicanti. Ma potrebbero essere, in un’azzardata lettura, i diversi, i reietti, gli ultimi. Verrà compreso e valorizzato ancora di più con il tempo questo film, anzi questa pietra miliare del genere che la storia del cinema dovrebbe accogliere amorevolmente insieme al meglio di sempre.