Era davvero necessario un altro film su Silvio Berlusconi che ripetesse fatti noti e stranoti e procedesse con ricostruzioni giudiziarie che sono disponibili ai volenterosi?

Probabilmente no, anche solo per una semplice e banale sovraesposizione mediatica dell’argomento che ora appare esulare dall’attualità politica, ma il film di Franco Maresco presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Belluscone – Una storia siciliana,concerne tutto ciò solo in minima parte, configurandosi come un gesto cinematografico di estrema resistenza.

Il regista, che insieme a Daniele Ciprì è stato il responsabile di quel meraviglioso esperimento televisivo che risponde al nome di Cinico Tv e che ha firmato l’ultimo film passato attraverso le forche caudine della censura italiana, Totò che visse due volte, in questa ultima pellicola riprende il discorso intrapreso con il semi-invisibile documentario Io sono Tony Scott.

Se in quest’ultimo si documentava il modo in cui l’Italia provincialotta aveva perso l’occasione di valorizzare un grande jazzista italo-americano tornato in patria, condannandolo alla marginalità, Belluscone rappresenta un fallimento molto più stratificato.

Le immagini del geniale semi-documentario di Maresco sono infatti il risultato del fallimento artistico dell’autore, che non è riuscito a portare a termine il suo progetto originario sul personaggio politico cui allude il titolo. Ma tra le pieghe del film, caratterizzato da un’alternanza di colore e il caratteristico bianco e nero del regista, si nasconde anche il fallimento di una regione intera – e quindi di un Paese – che ha lasciato proliferare come un tumore quel male oscuro che è la mafia, divenuta una seconda e più spessa pelle per una terra abbandonata dallo stato.

Cupo, cupissimo nei risvolti, il film però è anche occasione di innumerevoli, gustosissime, salaci e insieme amare risate, cortesia dei cantanti neo-melodici intervistati e dell’imprenditore musicale – nostalgico della vecchia mafia Ciccio Mira. Sono loro i principali interlocutori di Tatti Sanguineti, il critico cinematografico che sbarca Palermo alla ricerca di Maresco, scomparso dopo il naufragio del progetto di cui si è detto.

Ciò che è trova un panorama spaventoso quanto ilare, costellato di personaggi vittime e carnefici di quella tragedia conosciuta come la trattativa tra Stato e mafia. Lentamente, tra un’esibizione in piazza dei neo-melodici in trasferta e una confessione silente del loro impresario, Maresco riesce a fare emergere un panorama esistenziale e politico dal quale si comprende, anche senza esplicitarlo, che la miseria di un popolo (miseria anche culturale) è diretta emanazione, se non proprio responsabilità, della nascita politica di un certo personaggio.

Le dissolvenze a nero nelle quale affondano i visi e i corpi degli intervistati (fotografia, tra gli altri, di Luca Bigazzi) sono i correlativi oggettivi dell’omertà che pare l’unica modalità di comunicazione di Palermo e dei suoi abitanti, costretti – perché privi di alternative – ad affidarsi alla protezione criminale. Quello che di Maresco stupisce, ancora una volta, è l’umanità con cui approccia i suoi personaggi: le loro debolezze sono sotto gli occhi di tutti, ma la sensazione che si prova davanti alla vicende e alle risposte più incredibili è sempre quella di una partecipazione dell’autore frutto di una famigliarità con l’ambiente da cui provengono.

L’alternanza di brani jazz e di canzoni neo-melodiche della colonna sonora diegetica è il riflesso aurale di uno sguardo che, per quanto indignato e disperato, non cede alla tentazione della condanna e dell’accusa, ma si fa partecipe di un cupio dissolvi che rappresenta il risultato finale di un film che si vorrebbe fosse molto più lungo. Ma attenzione a rimanere fino alla fine dei titoli di coda, ché le sorprese saranno molte, e naturalmente ben poco piacevoli per quanto assurdamente esilaranti.