L’estate è tempo di horror, e oggi come oggi anche di social. Forse di social tutto l’anno in effetti. Sta di fatto che Badevil – Non installarla mette tutto insieme. Una ragazza muore misteriosamente dopo aver visto strane presenze dentro casa. Ovviamente mentre era sola. Il suo cuore non ha retto, e sul suo smartphone c’era un’app chiamata Mr. Bedevil. Le app si sa, un po’ moda, un po’ droga light, girano. Così la sua cricca di amici di scuola, con la stessa applicazione sul telefono inizia ad avere qualche problemino di visioni. Ovviamente si comincia a passare a miglior vita uno dopo l’altro, ma l’app letale sembra avere un’origine e soprattutto un ben preciso funzionamento.

La paura corre sull’app, ma ha già il fiatone. Uno strano marchio sulla pelle che accumuna vittime e predestinati vari, il sorriso scarnificato di un tizio in papillon che tiene le fila dei personaggi, la recitazione allucinata/imbalsamata di giovani protagonisti carini e americani, momenti di solitudini notturne inseguiti dal un qualcosa di misterioso e malintenzionato di turno. Fin qui ci sono gli stereotipi del prodotto di genere rivolto agli adolescenti che vogliono emozionarsi maleficamente, ridere con sadismo o stringersi al fidanzatino o alla fidanzatina con la scusa dell’aria condizionata troppo fredda. Ne resterà soltanto uno? Non di fidanzatini, poverini, ma di protagonisti del film. E quale? I filmakers sono i fratelli Vang. Ha lavorato come co-protagonista in Grand Torino Bee Vang, al fianco di Clint Eastwood. Insieme al fratello Burlee mette su un horror low-budget uscito in America lo scorso autunno in tiepida accoglienza. Sbarca nelle sale italiane con la Adler, chissà che ne penseranno i nostri ragazzi.

Alcune cose sono interessanti, come il ragazzo nero terrorizzato dal razzismo, inseguito in un parcheggio da figure dalle lunghe mani. Altre esilaranti, come le risate sguaiate dell’app quando viene scoperto un nuovo cadavere su una sedia girevole. Due gli elementi cardine per questi registi: l’ambiente multiculturale, con personaggi di varie etnie, e la leva sulle paure dell’oggi, quindi razzismo, bullismo, insuccesso e immagine social. Chissà se il sesso interraziale sarà stato indigesto per i figlioli degli scatenati elettori di Trump. I registi fanno leva su tutti questi elementi per comunicarci che l’uso smodato di app non fa bene. Ma nulla, ahinoi, è cinematograficamente potente. I Vang inventano un marchietto per le vittime che somiglia alla V e alla G del loro nome, il loro carnefice è un clown, un po’ Saw e un po’ Krueger che sghignazza alla Joker. Forse troppi rimandi e soprattutto nulla che afferri saldamente la parte più profonda dello spettatore: la paura. Il film, non mal girato, scorre e fa passare anche quell’ora e mezza in cui al mare piove, ma scivola e si asciuga proprio come quella pioggia senza lasciare neanche un brivido. Nonostante Sentient e NyabSiab Zoo alle spalle dei fratelli autori il film risulta acerbo. Essendo a budget minimo, magari affiancati da uno sceneggiatore più smaliziato potevano far meglio.