Inizia dalla penna del Premio Pulitzer August Wilson la storia di questo nuovo film di Denzel Washington. L’attore lo dirige anche, ma il testo originale era una sua vecchia conoscenza, avendolo già interpretato a Broadway nel 2010. Ad affiancarlo sul palcoscenico Viola Davis, che è tornata nel ruolo della moglie del protagonista anche sul set. Peraltro il lavoro fruttò a entrambi il Tony Award, in più alla Davis un recentissimo e meritato Golden Globe per la splendente versione su grande schermo. Wilson è stato l’autore del dramma teatrale Fences da cui è tratto il film omonimo in uscita il 23 febbraio. La Universal lo propone al pubblico italiano come Barriere. Magari foneticamente più scorrevole di Recinzioni, che ne sarebbe la corretta traduzione. Anche perché il titolo si rifà alla staccionata che Troy dovrebbe costruire intorno a casa sua per accontentare la moglie.

Siamo negli anni cinquanta, Troy è un uomo molto forte ma dal passato tormentato. Quel recinto che sua moglie insiste per fargli costruire non sarebbe così necessario, ma porta con sé la rappresentazione della stabilità, della sicurezza e della pace familiare. Il primo figlio di Troy è di un’altra donna, mentre quello adolescente vuole sfondare come giocatore di football, ma il padre è contrario perché convinto del razzismo del sistema sportivo verso i neri. Oltretutto beve, diventa spesso logorroico e neanche certi atteggiamenti violenti gli sono del tutto estranei. Le disparità caratteriali sono evidenti e gli scontri verbali all’ordine del giorno. La Pittsburgh di quei tempi tende ancora a confinare gli afroamericani in lavori umili, infatti per diciotto anni il personaggio di Washington sbarca il lunario come netturbino. Un vecchio amico e collega al quale raccontare le passate avventure della propria vita tra un sorso e l’altro non basta a creare una gioia fittizia. Forse un’altra relazione potrebbe. Ma con quali conseguenze?

Washington confeziona un film impeccabile, chilometrico con i suoi dialoghi di matrice teatrale. Scavava nei suoi personaggi Wilson, attraverso quel testo potente, e lo fa anche il premio Oscar di Training Day. Sia dietro che davanti alla macchina da presa. Ne emerge una messa in scena estremamente sobria ma energica. Ogni colore è vivido, pulsante e distinto. Tutto sembra palcoscenico per lo stringimento della storia sulla casa e qualche altra location. Ma attenzione, nessuna traccia di claustrofobia, come spesso capita in sala in questi casi. Per questo motivo il film fa sentire lo spettatore a teatro. Perché concentra il focus d’interesse sui personaggi. Ad ogni livello: scenico, psicologico, registico. Gli attori sono tutti in linea con questo dramma ben riuscito che di candidature ai prossimi Oscar ne ha ben quattro.

Negli Usa ha incassato 51 milioni di dollari. In più è stato inserito dalla American Film Institute tra i primi dieci film del 2016. Hollywood non è mai indifferente ai film di costume. E qui l’affresco del dopoguerra americano si specchia in una famiglia semplice e piena di speranze quanto di dissidi. Washington, con il suo personaggio, ne determina le sorti. Da noi è doppiato dal grande Francesco Pannofino, ma per rendere giustizia al cast sarebbe utile guardarlo anche sottotitolato. Ogni singola interpretazione ne varrebbe la pena.