Sono solo 10 anni, ma sembrano un’eternità. È il lasso di tempo trascorso dalla morte di Marlon Brando, scomparso il 10 luglio del 2004 a causa di un collasso polmonare.

L’attore è stato senza ombra di dubbia una delle icone di Hollywood, l’esempio per eccellenza dell’attore americano, bello, dannato, controverso, sensibile e autodistruttivo, in possesso di un talento tanto generoso quanto sprecato.

La fine dell’interprete è stata quella delle grandi star, ormai lontano dai riflettori e caduto in disgrazia, pieno di debiti e in ritiro sulle colline di Los Angeles dalle quali non si era mai voluto spostare. Anche le famosa isola di Tetiaroa, nel Sud Pacifico, era stata venduta per sopperire alle gravi difficoltà economiche derivante tanto dalle vicende famigliari (cause di divorzio) quanto dalle sciagure della vita (il suicidio della figlia Cheyenne e l’arresto del figlio Christian per omicidio).

Brando durante la sua carriera sarebbe stato apprezzato per l’intenso realismo che aveva portato nel mondo del cinema, anche grazie all’apprendistato presso la scuola di Stella Adler e l’Actors Studio di Lee Strasberg e di Elia Kazan, che poi lo avrebbe scelto come l’aggressivo e arrogante Stanley Kowalski di Un tram che si chiama Desiderio del 1951.

La collaborazione col regista sarebbe continuata con Viva Zapata! e Fronte del porto (interpretazione che gli valse il primo Oscar). In quegli anni si ricorda anche l’eccellente Giulio Cesare di Joseph Mankiewicz, in cui veste i panni del tirannicida Marco Antonio. il musical Bulli e pupi, sempre dello stesso autore, nonché Il selvaggio di Stanley Kramer, che lo avrebbe reso celebre come sex symbol, quale leader di una gang di motociclisti.

Protagonista dell’ultima pellicola di Charlie Chaplin, La contessa di Hong Kong, sarebbe poi stato il 1972 l’anno della consacrazione con due film leggendari, per quanto diversissimi. Il padrino di Francis Ford Coppola lo avrebbe immortalato come il patriarca mafioso Don Vito Corleone, grazie al quale vinse un altro premio Oscar, rifiutato per protesta contro il trattamento indecoroso di Hollywood verso gli indiani d’America; titanica e sfiancante anche la prova in Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, dopo la quale disse di essersi sentito svuotato e quasi violato.

Da qui in avanti inizia il declino dell’attore, che inizia ad aumentare di peso e ad accettare ruoli poco interessanti, come per esempio Jor-El nel primo Superman cinematografico. Ma il leggendario monologo del colonnello Kurtz nel disastrato Apocalypse Now di Coppola è uno di quei momenti che salverebbero la carriera anche dell’attore più incapace.

Degne di nota, infine, le prove di amicizia verso Johnny Depp, col quale avrebbe recitato in Don Juan De Marco maestro d’amore e Il coraggioso, diretto dallo stesso attore. Quindi l’eclissi pubblica, interrotta solo da sporadiche apparizioni dettate dalle necessità economiche, sempre all’insegna di un anticonformismo dettato tanto da un carattere difficile quanto da un’onestà intellettuale e una sagacia rara nel mondo del cinema.