Amy – The Girl Behind the Name, il documentario sulla vita della cantante spentasi a 27 anni, uscirà oggi nelle sale cinematografiche italiane e come evento speciale sarà visionabile fino al 17 settembre.

Diretto dal regista inglese Asif Kapadia, che già si era segnalato per il suo apprezzato film Senna dedicato al campione di Formula 1, il film ripercorre il percorso privato, pubblico e artistico di Amy Winehouse, una delle artiste più amate degli ultimi anni, vincitrice di cinque Grammy Awards, nonché una delle più sfortunate.

Ciò che contraddistingue Amy – The Girl Behind the Name da altri documentari analoghi è il ricorso integrale, nonché molto efficace, a un vastissimo archivio audiovisivo costituito da tutti i video privati girati da Amy stessa, e dai suoi amici, parenti e colleghi. Inoltre Kapadia ha scelto di inframmezzare i filmati con i testi di alcune delle canzoni più importanti della carriera della Winehouse, la quale era solita riversare tutti gli entusiasmi e le delusioni della propria vita nella musica.

Il film è stato duramente contestato dalla famiglia della cantante, e in particolar modo dal padre Mitch, il quale ha accusato il regista di aver manipolato le interviste concesse per fare in modo di metterlo nella peggiore luce possibile.

Nonostante non sia un documentario a tesi, l’opera lascia però facilmente intuire quanto sia stata importante la superficialità del genitore nel percorso autodistruttivo intrapreso da Amy, divorata dalle droghe e dall’alcol: ma parte della responsabilità è dell’artista stessa, poco adatta al mondo dello show business e dotata di una sensibilità che l’ha resa così fragile.

È infatti quasi impossibile e al tempo stesso lacerante riconoscere la stessa persona nella ragazza adolescente delle prime fasi del film, solare, ribelle, talentuosa e un po’ malinconica, e poi nella popstar assediata dai paparazzi e priva di ogni controllo sulla propria vita.

Il processo è graduale, e a poco poco lo spettatore vede scomparire Amy Winehouse per far posto alla sua ombra, anche perché il punto di vista, necessariamente, si sposta su coloro che durante il periodo di maggiore successo le sono stati vicino e hanno provato ad aiutarla, purtroppo senza riuscirci.