Nel ’79 era diventato un cult che fece spaventare tutti i ragazzi cresciuti a pane e tv private nelle notti orrorifiche degli anni ’80. Si basava sul romanzo ispirato alla vera storia di un massacro avvenuto nel ’74, Amityville Horror di Jay Anson. Negli anni lievitò in ben sette sequel più e meno trascurabili. Poi nel 2005 la svolta mainstream e il capitolo di aggiornamento con Ryan Reynolds e una quasi esordiente Chloë Grace Moretz. Il plot di base, o meglio la storia vera, è quello di una famiglia trasferitasi a Long Island in una casa posseduta da forze oscure. Un influsso che aveva portato uno dei quattro figli dei DeFeo a sterminare a fucilate tutta la sua famiglia.

Il 23 agosto sarà nei cinema Amityville – il risveglio. Siamo arrivati ai giorni nostri, la suddetta casa coloniale tace da anni e ora ha una nuova famiglia ad abitarla. Una madre senza marito, la figlia adolescente, una bambina affettuosa e poi James, il figlio in coma da due anni. Jennifer Jason Leigh in versione mamma-horror riprende alcune note da personaggio allucinato nel bagaglio lasciatole dagli Hateful Eight di Tarantino. La sua capofamiglia ha deformato l’amore materno in accanimento terapeutico per un ragazzo scheletrico che giace accartocciato nel suo letto. Già di per sé abbastanza inquietante e scarsamente politically correct. Quindi buono per la veracità (e voracità) di queste pellicole. L’inspiegabile e lentissimo risveglio porterà tutta la famiglia a situazioni incastrate ad hoc. Si salta più d’una volta per colpi e apparizioni inferti dall’autore Franck Khalfoun. Nessuna invenzione registica particolarmente innovativa, ma sia nella sceneggiatura, pure sua, che nel creare visivamente le sequenze, ordisce un prodotto che si difende bene tra momenti di discreta suspence, collegamenti abbastanza coerenti alla storia originale, pizzichi di sensualità e linea comedy. Si, comedy. Proprio su questa tira fuori una sfacciata e divertentissima citazione non spoilerabile.

La sensualità della sorella emo e affezionata oltremodo al fratello è smaccata, voluta, cercata e infine posatissima più per condire la linea fashion che quella gotica, ai limiti della satira. Ma per chi conosce bene il genere, l’horror più commerciale e necessariamente un po’ barocco si nutre anche di momenti di femminilità un po’ proibiti. Così Khalfoun con la scusa di lasciarci sbirciare la tenuta in intimo di Bella Thorne, cita la ginnastica in slip che faceva Margot Kidder (per chi non l’avesse presente, la Lois Lane del primo grande Superman) nel primo film del ’79. Come dire, anno che vai, lato B che trovi. Piacere e strazio si mescolano sempre in questi casi, così partendo dal corpo di una ragazza in culotte che scopre vecchie macchie di sangue sulla parete della sua camera, si procede verso l’incomunicabilità di una famiglia percossa dal dolore di avere questo ragazzo in coma irreversibile. Gli infonde un bel po’ di cattiveria e mostruosità Cameron Monaghan, non nuovo a ruoli inusuali. Quadra il cerchio la presenza della piccola di turno, la bionda Mckenna Grace, che interpreta la sorellina dei due. La bambina simil bambolina intorno alla quale creare pathos imminenti all’orrore è un altro tassello classico del genere messo in campo con astuzia da chi conosce i meccanismi della paura e non vuole rischiare.

Questo nuovo capitolo cita la storia originale dei DeFeo ricostruendo video d’epoca, tocca alcuni lati oscuri della magia nera e, ovviamente, lascia la porta aperta a ennesimi sequel e prequel per fare altro botteghino. Sadico, spietato e inopportuno al punto giusto per saltare censure e divieti in base all’età degli spettatori, per adesso, tra i titoli horror dell’estate sembrerebbe quello più interessante. Seppur di caratura non eccelsa, ha le carte per attirare il pubblico giovane al quale punta. Vediamo se oterrà i numeri nel Belpaese. I brividi da buio in sala hanno anche bisogno di reiterazioni, rigenerazioni narrative e versioni estetiche riadattate sui nuovi formati a ultradefinizione. Uno sporco lavoro digitale, ma qualcuno deve pur farlo.