Nel 1975 Federico Fellini vinse l’Oscar per il migliore film straniero grazie ad Amarcord, il film uscito due anni prima che raccontava la sua giovinezza a Rimini, con uno stile a metà a metà tra la cronaca da piccola provincia e la metamorfosi onirica.

40 anni dopo quel prestigioso premio è stato annunciato dalla Cineteca di Bologna, attrice importante di questo tipo di progetti, un restauro della pellicola che verrà curato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata. Partecipano finanziariamente alla proposta Yoox.com, Warner Bros e Cristaldi Film, che aveva prodotto originariamente il film.

Più ovviamente il Comune di Rimini stesso, che negli anni ’70, in seguito al grande successo dell’opera di Fellini, andò incontro a un notevole incremento dell’afflusso turistico. D’altro canto gli spettatori del film, che in un certo senso avrebbe trovato un seguito in I vitelloni, avevano avuto la sensazione di conoscere da sempre quel borgo abitato da personaggi come la giunonica Gradisca, il matto zio Teo, il piccolo Titta e il conte di Lovignano.

Andrea Gnassi, sindaco della città, commenta così il proprio appoggio all’operazione, tra le molte tese a rinsaldare il legame tra la città di Amarcord e il grandissimo cineasta: “Dal Fulgor al Museo della Città, andranno a compimento le realizzazioni che finalmente metteranno al centro delle politiche culturali e di attrattività turistica la figura, la poetica, l’eredità, la modernità del Maestro del Cinema. E come il restauro di Amarcord restituisce la brillantezza della tavolozza cromatica di Giuseppe Rotunno, così presto Rimini si colorerà permanentemente dei toni veri di Federico Fellini”.

Il regista scomparso il 31 ottobre 1993, che aveva ricevuto la notizia dell’Oscar tramite una telefonata di Alberto Sordi (che in realtà inizialmente gli fece uno scherzo annunciandoli la disfatta), si spiegava il successo di un film così italiano all’estero attraverso la cura dei dettagli, da una parte, e l’universalità delle situazioni ritratte: “Credo che quando uno parla di se stesso e delle cose che conosce, della propria famiglia, della neve, della pioggia, della prepotenza, della stupidità, dell’ignoranza, dei condizionamenti politici e religiosi… senza pretendere di ammonire nessuno o sbandierare filosofie o mandare messaggi, allora uno fa un discorso che tutti possono capire e far proprio”.