Giunti all’ennesimo capitolo di Alien ci sarebbe innanzitutto da fare ordine tra sequel, prequel e droidi al pianoforte. I quattro originali con Sigurney Weaver avvenivano nello spazio profondo, dal 2020 in poi. Prometheus, prequel sulla creazione dei mostri in questione, gli xenomorfi, e dell’umanità, si collocava qualche decennio prima. Il nuovo capitolo, Alien Covenant, prende il nome dall’astronave coinvolta nel viaggio avvenuto dieci anni dopo gli eventi di Prometheus. E atterrerà nei nostri cinema l’11 maggio.

Un equipaggio di coppie viene risvegliato improvvisamente da un danno alla nave. Il buon Michael Fassbender nei panni gentilmente meccanici del suo droide mette in salvo quasi tutti (tranne James Franco, scusate lo spoiler), compresi i 2000 coloni ancora ibernati per il viaggio. L’obiettivo Oriagae-6, pianeta abitabile da colonizzare distante ancora sette anni di ibernazione, è ancora lontano, così il nuovo capitano Billy Crudup sceglie incautamente di esplorare un pianeta vicinissimo e sconosciuto appena comparso improvvisamente sui radar. “È  divertente, perché in un certo senso, ho sempre pensato ad Alien come a un B movie davvero ben riuscito”. Ha ammesso Ridley Scott in una dichiarazione alla stampa americana. “Il sottotesto era piuttosto semplice: sette persone chiuse in una vecchia casa oscura e si trattava di chi morisse prima e di chi sarebbe sopravvissuto.” Con Covenant il regista della saga apre di nuovo l’astronave per ambientare la caccia agli xenomorfi in un mondo diverso dal pianeta Terra.

Stavolta si incrociano le filosofie cyborg intorno alla creazione. La partenza sta nel dialogo tra il raffinato robot pianista David (Fassbander) e il suo creatore terrestre impersonato da Guy Pierce. La circolarità conduce inevitabilmente a riflessioni sulla distruzione in una doppiezza che Fassbender fa sua in modo non prevedibile, tranne il finale. La macchina da presa cerca il trionfo delle immagini come in Prometheus. Un mondo lontano e misteriosamente deserto, le spore che volano nei corpi di chi le annusa per un’inoculazione della vita aliena quasi vegetale. In realtà letale. Chi sopravviverà alla caccia? Due ore di montaggio dosano una fantascienza impeccabile nell’esecuzione che scatenerà i fans nel bene o nel male. Del resto si tratta di un valido blockbuster d’intrattenimento, non di un nuovo cult.

Il vero creatore dell’immaginario Alien, il designer HR Giger, rimane presente con i suoi mostri oramai puramente digitali anche dopo la sua dipartita. Ma dopo quarant’anni anche le emozioni più forti sbiadiscono (tant’è che stavolta Scott ci mostra molto più sangue). L’antico terrore lascia spazio a una misurata tensione e più che altro a compiacimento tecnico e curiosità sui prossimi accadimenti e sequel vari. Come spesso accade, non cambia il film, ma la società, quindi il pubblico che guarda e riguarda quei mostri ossuti, ormai diventati d’epoca.