Lui è Ai WeiWei, personaggio chiave nelle battaglie degli artisti nei confronti del governo cinese. Un artista in grado di protestare contro un potente organo istituzionale, sfuggendo per anni alla cattura, finché in un giorno del 2011 la polizia di Pechino lo ha arrestato.

Ora su Ai WeiWei esiste un film omonimo, presentato al Milano Film Festival tra quelli fuori concorso. La regia è stata affidata alla giovane Alison Klayman. Un onore e un onere, dal momento che si tratta di uno dei modelli più discussi nel mondo dell’arte contemporanea.

Ai Weiwei è un simbolo del dissenso nei confronti del governo cinese. La sua fama è arrivata ovunque e il peso del suo messaggio è notevole. Un limite del film Ai Weiwei-Never Sorry? Lo spessore artistico del protagonista è troppo elevato per essere colto in pieno da una giovane film-maker. La Klayman privilegia il lato politico della questione, a discapito del lato artistico-visivo, poco battuto in questo docu-film.

Entrambe le sfere sono state necessarie ad Ai per veicolare il suo messaggio.

Sfere che vengono riversate in maniera non troppo limpida in un documento semi-privato, che ha l’aria di essere improntato a una tesi, ma che si rende necessario per aprire gli occhi su quanto avviene nella nazione che si appresta a diventare la più forte al mondo.